… prigioniera in casa a 60 anni come a 12… dal palco dalla festa, mi arrivava l’eco delle canzoni… guardavo giù dal balcone … il pavé della strada mi diventava pentagramma, note musicali che si elevavano dallo spartito, caratteri di una scrittura arcaica, orientale, cuneiforme: cunei che si infilzavano sulla mia pelle e la laceravano. A 60 anni come a 12 …

Questo inciso fa parte di un capitolo ancora da scrivere e spiega perché ho chiamato Cunei la Burnìa musicale.
1 – Gli Untori

Perché, perché te sei ‘nnamorata de ‘sta musica ammerigana?
tutto cominciò così con una minuscola foto. Non era “Ciao 2001” non era “Ciao Amici” non era “Giovani”. Era “Famiglia Cristiana”, era la rivista della mamma.
Un’ immagine, un trafiletto da penultima pagina, un dovere di cronaca.
12 anni, estate 66. Non sapevo nulla di quei 4: né canzoni, né parole, né musica, ma mi piacquero loro, mi piacquero subito. Ritagliai con cura la foto, ne feci un quadretto e l’appesi ad una parete della mia cameretta. Sul muro parallelo mi scrutava il Volto della Madonna di Tindari. Doveva proteggermi.
Non mi protesse.
Pochi messi dopo tutte le pareti infioravano di foto, posters, manifesti, ritagli, testi e musiche di canzoni: ormai era persino difficile identificare l’effigie degli ‘insetti’ generatori. Poco tempo dopo, una laicissima e peccaminosissima Janis Joplin, sostituiva la sacra immagine di Tindari. Cry baby … piangeva la foto e piangeva mia madre.
E ne avrebbe avuto da piangere se, dopo 55 anni, il ritaglio è attaccato ad una parete della mia casa di Milano, mentre, i 4 in cima al Duomo, sono esposti in una vetrina della biblioteca dove lavoro. Lavoravo.
No, non fu un amore a prima vista, fu un virus. Lo è ancora.
2) Ma alla Rai …
MA ALLA RAI / NON LI PASSAVANO MAI! Non del tutto vero. Alla radio li passavano, magari al pomeriggio, Per Voi Giovani e qualche programma della sera …
12 anni scuola e casa, un giradischi chiuso per lutto … e la radio. Il televisore dai vicini o dalla nonna, la radio mia salvezza, mio rifugio e mio conforto: me la stringevo al petto, me la portavo ovunque, ma niente di fisico, solo voce, musica e parole.
Alla Rai non li passavano mai! Poi l’evento.
Una domenica pomeriggio, pomeriggio d’inverno. Lo riportavano i giornali, le riviste, la radio, Sorrisi e Canzoni:
I Beatles in TV!
Settevoci, domenica: I Beatles in TV! . Certo registrati, certo in bianco e nero, certo presentati e ‘bonificati’ da Pippo Baudo ma erano loro, erano i Beatles in carne, ossa e … e… e…!
I Beatles! John, Paul, George e Ringo nei loro vestiti, nelle loro sembianze, nei loro capelli, nelle loro chitarre e batteria, col loro nome palpitante ad ogni battito del mio cuore … boom … boom … boom … io giovane, insieme a migliaia di giovani palpitanti all’unisono, migliaia di cuori: un solo cuore … boom … boom … boom … com’è che le pareti non tremavano, i veli non si squarciavano, non si infrangevano i vetri nelle imposte? boom … boom … boom …
e boooom!
La sedia scricchiolò, le lampade oscillarono, i vetri sussultarono .. un lampo e poi un tuono squarciarono l’aria, fecero andare via la luce, fulminarono una valvola del televisore e il mio sogno dei Beatles …
E fu così che finì la mia saga dei Beatles
E fu così che divenni rollingstoniana….
E in primavera booom! esplose la notizia dell’arresto di Mick e Keith per possesso di ‘narcotici’.
La mia amica del cuore, l’unica del paese, me l’annunciò per strada: – Però, se è così, io non voglio avere più nulla a che spartire con loro… (come se la sera prima avessimo cenato insieme!).
La dismisi dal mio cuore e rimasi lì, pietra della strada, ferma, dritta, piantata, Stonehenge.

LA CODA DELLA GATTA…….
Qui una cover ‘estrema’ di Satisfaction. Interprete Charlyn Marie Marshall, cantautrice statunitense, in arte Cat Power.
Questa versione vissuta, ‘distratta ed evaporata’, si porta dietro, tutta la fatica e la stanchezza degli anni suoi, tutto il ‘no satisfaction’ della cat generation … e delle nostra.
(I Can’t Get No) Satisfaction (Jagger – Richards) – Cat Power
3) The rock must go on
PALEO ROCK ROAD:

E Lascari? Dov’è Lascari? Botta di sale …! Non c’è mai segnato sulle carte geografiche, nemmeno quelle grandi della Sicilia che stese apparavano tutto il tavolino.
Comune di Lascari primi anni 60:
‘Giochiamo ai cantanti!’ era un ‘trastullo’ infantile, femminile, locale.
Che poi ‘I cantanti’… tutte femmine, tutte stelline, tutte scarse in grammatica e intonazione. – E tu chi sei oggi? Esordiva il presentatore (la presentatrice), poco dopo, democraticamente (per esiguità numerica), anche lui (lei), avrebbe rappresentato un’interprete canora e quindi uno spettatore plaudente. – E tu oggi chi sei? Dalida, Mina, Betty Curtis, Miranda Martino, Cocky Mazzetti, una neonata Gigliola Cinquetti … Milva.
… Simone fa quello che fa e ama la gente di mare … ? decisamente no, ma Milord sì, e poi Tango italiano, Mare verde, Quattro vestiti quattro colori … e di vestiti ne avevano uno solo, di un solo colore e pure sbiadito … Flamenco rock.
Non a Madrid, non a Granada o a Barcellona ma in provincia Palermo, non sui Bastioni di Siviglia ma davanti la porta della Zia Teresa, con la scala esterna che riassumeva la scala di Sanremo, col pugno davanti la bocca per microfono, con un solo vestito per tutte le stagioni, con improvvise movenze sciantogitane, le bambine di un remoto paesino della Sicilia, cantavano e mimavano un esotico Flamenco Rock.
Un primo tentativo di contaminazione di generi, di etno-rock italiano.
TRISTE EPILOGO – Non venni mai ‘scritturata’ come cantante. Ero troppo piccola, troppo stonata e priva di appeal: mi toccava sempre la parte di giurato ininfluente o di pubblico dell’ultima fila.
Oppure aspettare che cambiasse il gioco.
PS – Milva (quella vera) ci ha lasciato il 23 aprile 2021 dopo che la sua carriera si era evoluta in Brecht, Strehler, Piazzolla, Battiato … Ma non credo che questo repertorio sia mai stato eseguito sulla scalinata della Zia Teresa.
4) BINARI0 BINARI0
Anno 1965 Diletti figli e figlie, Vogliamo richiamare la vostra attenzione sull’avvenimento che sta per compiersi nella Chiesa cattolica latina, e che avrà la sua applicazione obbligatoria nelle diocesi italiane a partire dalla prossima prima Domenica dell’Avvento, che cade quest’anno il 30 novembre; e cioè l’introduzione della Liturgia del nuovo rito della Messa. La Messa sarà celebrata in una forma alquanto differnte da quella che, da quattro secoli ad oggi, cioè da San Pio V, dopo il Concilio di Trento, siamo soliti a celebrare….. Papa Paolo VI

Una delle principali conseguenze del concilio fu il rinnovamento della liturgia e la definizione del nuovo rito per la Messa (che) comportò di fatto l’abbandono del latino e l’eliminazione di alcune parti del rito precedente che venivano considerate fondamentali; tra le innovazioni risalta anche l’orientamento dell’altare verso il popolo, che ha reso necessario lo spostamento di molti altari a parete (usati per la messa tridentina) nel centro del presbiterio. Concilio Vaticano II – Wikipedia

Per i fedeli nulla era cambiato: visto davanti o dietro Padre Scricchia sempre una sarda salata era. Di quelle un po’ rancide, un po’ col sapore della buatta… A lui, a Padre Scricchia, invece, gli si era rigirato il mondo.
Che la lettura in italiano assai lo disturbava. E quelle Misse Solenni e quelle Odi al Signore, che tanto gli venivano bene in latino, sembravano, d’improvviso, smagnetizzarsi e banalizzarsi, crude crude, schitte schitte, senza l’alone e il misterio che le rendeva sacre. Inoltre Padre Scrichia, di suo, aveva poca voce ed era stonato come una canna sciaccata, e questo pure in latino. Ma stonare nella lingua della Chiesa non era come stonare nella lingua dal popolo, era come sbagliare in una lingua arcaica: l’esotico copriva l’errore e amen! Ora, invece, tutte le magagne venivano fuori!
Ma la cosa più angosciante era il dover guardare la gente.
Che, col vecchio rito, poteva illudersi che i fedeli fossero tutti là, devoti e casti per lui, che fossero quel gregge di pecore che avrebbero dovuto essere. A guardarli in faccia uno per uno, una per una, oddiooo… che bestiario …E quegli uomini a capo scoperto che prima stavano alla sua destra, ora stavano alla sua sinistra, e quelle donne velate, che prima stavano alla sua sinistra, ora stavano alla sua destra e si erano pure tolte il velo e avevano coltivato le teste: permanenti e messe in pieghe, boccoli fluenti e tuppi tisi, cotonature e colpi di sole, tutto sotto l’occhio del Signore che ora, d’improvviso, lo permetteva… E quegli uomini alla sua sinistra che sempre più incanutivano e sparivano, e quelle donne alla sua destra che fiorivano e si impollinavano e invadevano il lato a sinistra (o a destra?) che prima era loro precluso! che mercato! Che spelonca!
La verità era che, nove anni prima, era venuta alla luce la vera la nemica di Padre Scricchia, l’Anticrista secolare, la monocola Erinni che l’avrebbe depauperato dei suoi fedeli ! delenda Cartago!
E la gente che, prima si riuniva in chiesa, ora si riuniva nelle case, nei bar, nelle piazze d’estate per venerare la nuova dea. Nuovi altari per nuovi riti e chi possedeva l’officiante era un privilegiato, un piccolo potentato, un’autorità in paese; e tale era la Signora Sabatina.
La Signora Sabatna e marito CINQUE,
la suocera della Signora Sabatna SEI,
la cognata (già) del Belgio SE TTE,
e quando arrivavano mia nonna e mia zia NOVE.
E c’ero io pure ma non ero 10. Io ero dall’altra parte.
Dall’altra parte c’erano Toti e Ninny figli della signora Sabatna, c’era Lucia figlia della cognata dal Belgio, e, c’era Sandra la sorella della signora Sabatna.
Dall’altra parte del simulacro, divisi come maschi e femmine in chiesa, c’eravamo noi, noi i bitt, noi iggiovani, noi quelli che loro non capivano, quelli che loro giudicavano, che loro condannavano. Ma come potevano?
Per la verità non ci capivamo neanche tra noi ggiovani: Nnny più che giovane era bambino e voleva parlare e voleva giocare e voleva essere tutto lui, le canzoni, i capelloni, la musica beat e che ne capiva povero… Toti era un adolescente per nulla inquieto, delimitato dal suo vestitino pre-man, dai suoi capelli ricci, lindi, pettinati. La bicicletta sì, le partite di pallone sì, le canzoni e la musica beat … gli giravano meglio i palloni e le ruote delle bicicletta.
Lucia 16anni, ogni 2X3 al balcone per vedere passare il fidanzato, le piaceva il cantante Adamo che, come lei, era emigrato in Belgio; adorava le canzoni romantiche ma non antiche e, soprattutto, adorava il fidanzato sotto il balcone; l’unica protesta che la appassionava era quella contro il padre quando le impediva di vedere il fidanzato: come poteva giudicare? Come poteva condannare? Chi si credeva di essere solo perché era suo padre? La musica beat, la nuova società, le canzoni … beh qualcuna… ma altrove era depositato il suo cuore
…E poi Sandra la sorella della Signora Sabatna: solo la metà dei suoi anni, tanti amici a Treviso, tanti giovani beat che portavano i capelli lunghi, tante ragazze beat che portavano la minigonna, perché a Treviso tutti i giovani erano beat e portavano i capelli lunghi, tutte le ragazze erano beat e portavano la minigonna, tutti i genitori, tutti i fratelli erano moderni, erano nord e non erano gelosi delle sorelle che portavano la minigonna, tutti. Tranne i suoi, naturalmente, che pure a Treviso vivevano.
Qualche volta, a Carosello, la signora Sabatna apriva un Panforte Sapori come quello della televisione, e pure una bottiglia di rosolio colorato. Ma a noi non ne dava, che noi ggiovani eravamo già strambati e ubriacati di nostro…
E poi seguiva il programma della sera, lo spettacolo vero. In semicerchio, davanti al simulacro, 14 fedeli 14.
14 bocche cucite con lo spago, 28 gambe di carne più ferme delle gambe di faggio, 56 gambe di sedia e un bastone che non avrebbe smosso neanche il terremoto. Finché una sera.
Un tacito accordo di non belligeranza vigeva tra noi teleofili, vigeva soprattutto per le canzoni, poiché lo scontro tra melodici e moderni (con l’ala estrema beat), avrebbe prodotto rappresaglia e guerriglia: se fra le due fazioni non poteva esserci una pace durevole doveva esserci almeno una guerra fredda. Finché una sera no.
BINARIO! canta Claudio Villa! E all’’incipit: …. Vecchio casellante che fermo te ne stai Dimmi come mai….. Sandra non stiede più ferma e cucita.
Si alzò di scatto e d’orgoglio, prese i suoi 15 anni e i 4 piedi di sedia … e li girò di fronte a sua sorella Sabatina, al suo silente marito, ai suoi figli Toti e Ninny, al bastone e alla suocera, alla cognata del Belgio, alla di lei figlia Lucia, alle sorelle Leggio, alla loro zia Maria Rita, a mia nonna e mia zia, a me che per lei parteggiavo.
Rompendo il tabù e l’accordo, girò la sua sedia di 180 gradi precisi, dando sdegnosamente le spalle a Claudio Villa, al passato, alla tradizione, alla televisione tutta.
5) … tra la vita che vuoi …
(Campagna d’Africa)

Sai, quelli che non ci voglion bene / è perché non si ricordano / di esser stati ragazzi giovani / e di avere avuto già / la nostra età
Sul Ponte del paese non sventolava Bandiera Gialla.
Ma lo stesso forbici da sarta e colla Coccolina: lattea, spalmabile, quasi commestibile con quell’odore di bieddu-spicchiu-di-miennula-amara, tale e quale ero io

E quaderno a righe, copertina nera, dorso rosso e testi di canzoni ritagliate da Sorrisi e Canzoni, tempo rubato allo studio, tempo di uscire dal nascosto, dall’ombra, dalla clandestinità.

… Nuovi altari per nuovi riti e chi possedeva l’officiante era un privilegiato, un piccolo potentato, era tra gli abitanti più facoltosi del paese; e questo era la Signora Sabatina.
E presto lo fu anche la zia Maruzza, sorella del nonno, una parente, una prozia con l’importanza di una prima zia.
Andare dalla zia Maruzza, dalla sua televisione, era un evento, era un rito, era una specie di festa dislocata e se c’era una contrarietà dalla festa bisognava astenersi. E di contrarietà familiari, sociali o meteorologiche ce n’erano spesso, a mandarle il Signore, quello vero, quello dalla Chiesa, non si risparmiava certo.
Il benessere, il privilegio della zia Maruzza, la casa il mobilio, l’oro, e persino la televisione li aveva fatti il marito Michelino che era stato all’Africa a combattere i mori e a far grande l’Impero.
Quattro soldi dall’Africa li aveva portati insieme a tanto orgoglio, tanta giovinezza e zero sensi di colpa. Che anzi lui, a quei babbioni di abissini gli aveva fatto un favore, gli aveva portato la civiltà, che, prima che arrivasse lui (e l’Italia), erano senza vestiti, senza scarpe senza strade e senza anima come gli animali.
Poi, coi soldi dell’anima infusa agli abissini, aveva comprato 30 tumuli di terra gerba che, una volta resa civile pure lei, aveva dato sostentamento e benessere a tutta la colonia familiare. Sua. E guai a chi gliela toccava. E non si rendeva conto che l’Anima Mundi aveva presso un’altra via, che altri Eserciti, altri Evangeli, altri Campagne di ideali erano dietro la porta. Anche la sua porta.
Le canzoni… la musica … –ti penetra nei muri, ti fa breccia nella porta, in fondo viene a dirti / che la tua anima non è morta– per citare una canzone postuma, le canzoni: pagine di un diario che nessuno legge mai / tra la vita che vuoi / e la vita che invece avrai.
E le avevo raccolte le canzoni e ci avevo studiato, e mi ero preparata per il debutto in società: beat, pace amore e libertà; e pazienza se in quella Campagna sui generis ero sola: altri rivoltosi, altre colonizzati, altri ribelli si sarebbero aggiunti via via …
via via …
via dove? dalla zia Maruzza, via con chi? coi miei nonni.
Il nonno, il fratello della zia Maruzza, a 19 anni si era visto le bombe piovergli addosso e la sua trincea diventare un gorgo di sangue; da allora, per lui, nessun evento era paragonabile a quello e nessuna pace era credibile, figuriamoci quella babba delle mie canzoni … e anche la nonna, in linea col marito e con tutte le nonne del mondo, non sopportava quei capilloni lordoni, che magari avevano le pulci come i cani e i cani cantavano meglio di loro bau bau bau boooh…?
E già che ne vuoi … erano matusa, non erano beat! non erano la mia favolosa generazione! Ma erano i soli referenti che avessi, che magari attraverso me … la mia musica … le mie canzoni …
… ‘Tempo di uscire dal nascosto, dall’ombra, dalla clandestinità. Quaderno in mano, lettura di testi e dichiarazione d’intenti. Epifania beat’… Epifania mia!
Quando si dice predicare ai convertiti … Mai frase fu meno appropriata alla circostanza, alla serata, a me.
Come potete giudicar -lettura testo-, venne segata e asfaltata dalla conversazione del nonno con lo zio Michelino, argomento: Campagna d’Africa e Guerra del 15-18; in cucina la zia Maruzza tagliava e cuciva parenti e persone e la nonna e restanti zie ne raccoglievano gli scampoli. Fine.
Il cuggino Michele, giovane maschio e nome come il nonno, era già uscito con altri amici maschi-nome- come-il-nonno, la cuggina Tina fu la mia truppa, il mio pubblico, la mia testimone e la mia speranza.
Al primo ritornello, al capoverso non abbiamo fatto male mai, la tiepida Tina si alzò e andò ad accendere la televisione.
Fu solo un miracolo che non cambiò canale in favore di qualche stupida commedia americana e riuscii a vedere i capelli e gli stivali dei Rokes.
Ma quella sera, rinunciarono pure a protestare con che colpa abbiamo noi e intonarono Io ricordo quando ero bambino, una canzone d’amore. Normale, Banale. Non amore Universale, non Figlio dei Fiori, non figlio del tempo. Solo figlio del tempo a venire: solo un paradigma tra la vita che vuoi / e la vita che invece avrai.
Le canzoni citate:
“Bandiera Gialla“, brano cantato da Gianni Pettenati, è una cover di “The Pied Piper” dei Crispian St. Peters, con testo italiano riadattato da Alberto Testa e Nisa.
“Bandiera Gialla” è diventata un inno generazionale, associata alla gioventù ribelle e all’energia del beat italiano degli anni ’60. Il brano fu un successo clamoroso.
“La mia banda suona il rock” scritta e interpretata da Ivano Fossati. È stata pubblicata per la prima volta nell’album omonimo nel 1979.
“La vita che vuoi” è una canzone interpretata da Fiorella Mannoia, con testo di Enrico Ruggeri e musica di Luigi Schiavone, pubblicata nel 1988.
“Come potete giudicar” è una canzone dei Nomadi, originariamente pubblicata nel 1966. La canzone è una cover della versione italiana di “The Revolution Kind” di Sonny Bono, con testo di Toni Verona.
“Che colpa abbiamo noi” (1966) è stata scritta da Bob Lind (musica) e Mogol (testo) ed interpretata dai The Rokes. È una cover della canzone “Cheryl’s Goin’ Home” di Bob Lind.
“Ricordo quando ero bambino” (1967) è stata scritta da Sergio Bardotti e Shel Shapiro.
6) Circolare sinistra

Girolamo il gatto è andato sul letto
e ha fatto un cerchio perfetto
No il gatto non c’era. Per il resto, la sagoma della zia Maruzza e della sua cunculina, era un raduno di circonferenze racchiuse in un cerchio. Il braciere di rame, il porta braciere di legno, il busto prono alla brace, la sciallina sulle spalle, il tuppo in testa, gli occhiali sul naso, il naso riflesso del fuoco, la coda del grembiule acciambellata alla vita. Cerchio perfetto, guscio di noce ma capace di colonizzare ombre e pezzi d’arredo: il tavolo tondo, la fruttiera aranci e mandarini, il portacenere Spumante Cinzano, gli spigoli del televisore. E le canzoni che si ripetevano a scansione circolare: strofa e ritornello, strofa e ritornello:
Poi lei.
Capelli lisci e lunghi, completo da uomo, profilo adipico, ascendente, risolutamente verticale. Un fulmine!
Ci sono tempeste silenti, lampi senza tuono, tuoni a scoppio ritardato, turbamenti silenziatori e sordine, traditori e spergiuri.
Nessuna delle compresenti e teleutenti rispose.

Nessuna vita è rotonda / Tranne le più semplici / Queste giungono subito a compimento / E si palesano e scompaiono / Le più complesse crescono lentamente / E hanno bisogno di più tempo per maturare (/ Sono lunghe le Estati delle Esperidi .

Emily Dickinson (1830 – 1886)
Nessuna vita è rotonda / Tranne le vite dei gatti … e la vita di Girolamo naturalmente:
Dentro ci ha messo:
la coda,
il musetto
e il naso rosa confetto.
Sonnecchia tranquillo,
la coda a ciambella,
un occhio socchiuso per far sentinella.
7) iuxta crucem lacrimosa

A.D. 1977: la mia Epifania fu a Pasquetta.
Non mi arrivarono doni né Magi, casomai qualche comare della nonna con un pacchetto di ‘pupi con le uova’ E allora?
E allora c’è che tenni il mio Discorso Ufficiale, il mio Giuramento scritto, la mia adesione pubblica al ‘mondo beat’ ai suoi ideali, ai suoi poeti, ai suoi cantori (anche se, allora, non credo li chiamassi così). Con una posa ed una retorica carbonara (la cosa più vicina alla ribellione che la scuola passava), leggevo il mio ‘proclama’ scritto a pennabic, su un cartoncino di scatola di scarpe, in un importante STAMPATO MAIUSCOLO.
Non vi dico quale fu l’accoglienza della platea perché niente ci fu, neanche i fischi e pirita d’ordinanza. – Cose di carusi, commentò il tuppo di una delle comari – poi le passerà … e si è visto come.
Di Pasquetta in Pasquetta sono a Milano, data 2 aprile 2018, in fila alla Fabbrica del Vapore, per la mostra ‘Revolution, Musica e Ribelli 1966-1970, dai Beatles a Woodstock – testimonianze di momenti, canzoni, abiti, parole’… come la comare di allora ho pensato che un po’ mi doveva pur essere passata, magari chiudere il cerchio con la calma, la distanza critica e la posatezza degli anni trascorsi; sì-sì… !
Tra manifesti e locandine di rappresentazioni, spettacoli e festival, tra fantasmagoriche copertine a 33 giri, tra abiti, vestiti e gadget che non avevo mai visto a colori, tra note riviste, fanzine e pubblicazioni ciclostilate, l’occhio si posò sulla celebre minigonna di Twiggy (Mary Quant): era tale e quale come me la ricordavo, come l’aveva riportata ‘Giovani’ (o ‘Ciao Amici’?).

Ed è proprio lì, di fronte a quell’innocuo abito bianco, che mi venne da piangere. E anche da ridere: avevo pianto per lutti, per politica, per rabbia e … naturalmente per amore. Ma, capperoni! potevo ora piangere per una vestina? Mentre mi deridevo da sola, il signore maturo e barbuto che stava accanto a me, si asciugava una lacrimuccia … Sono scappata via prima del Diluvio Universale!
8) Un beat salva la vita
Qualcuno si ricorda di una mini trasmissione chiamata ‘BEAT BEAT BEAT’ ? Non ne trovo traccia se non sul web della mia memoria. Andava in onda, credo, nel 1967, la domenica primo pomeriggio, durava 15 minuti e 5 canzoni. Trasmetteva brani del panorama beat italiano, soprattutto degli allora ‘complessi’, con eccezione di qualche infiltrato o qualche convertito dell’ultima ora. ‘Che colpa abbiamo noi? Come potete giudicar? Il mio amore è un capellone come Verdi e Napoleone’ … Era un beat bambino, prescrittivo, coverizzato, atto a giustificare la sua esistenza. Ma beat era.
Con la radiolina incollata all’orecchio, circumnavigando stanze e balconi, attingevo energia per il lunedì e la settimana successiva. Il lunedì io non ne avrei parlato, dalle mie compagne di scuola: silenzio. Avevano tutte ascoltato il programma di cabaret trasmesso, in contemporanea, dalla Rai Regionale Siciliana: si erano fatte tante risate. I maschi avevano già raggiunto il campo di calcio.
9) Non li taglieremo più

Quattro gallinelle da allevare vicino al paese… E qualche ovicello da vendere, così, a parte di casa… Non c’era dubbio che Mastro Giovannino e suo figlio sarebbero dovuti andare nei campi, praticamente a zappare.
Mastro Angelino avrebbe dovuto fare da manovale a suo fratello. Che la muratura non era in crisi: le case si fabbricavano e si vendevano come il pane ora che qualche soldo girava … Certo però che passare da mastro di salone a manovale del fratello era un declassarsi non poco… e poi lo avrebbero chiamato ancora mastro? Magari solo per sfotterlo, per rimarcare che non era più in quel ruolo!
Mastro Totò avrebbe potuto fare il musicante a tempo indeterminato. Poteva diventare il Tamburino Ufficiale delle processioni. E nelle sere di festa suonare con l’orchestrina. E nelle sere non di festa?
Mimmo dei quattro era il più giovane: ancora non lo avevano manco elevato a mastro; magari faceva in tempo ad arruolarsi nell’Esercito Italiano come diserbante delle giovani reclute; e se, come auspicavano certe canzoni, il futuro avesse disciolto gli eserciti? Disperse le loro armi? Cosa avrebbe fatto allora? il fioraio dei cannoni?
Sulla fronte i capelli ci scendono giù Non li taglieremo più
Mastro Giovannino e suo figlio Sarino, Mastro Angelino, Mastro Totò e Mimmo erano i barbieri titolari del paese. Da personaggi apicali, da eminenze locali, sarebbero diventati figure obsolete, manodopera residuale. Esuberi. Praticamente garzoni e villani, sodali di morti di fame.
Sulla fronte i capelli ci scendono giù Non li taglieremo più
Mastro Giovannino e suo figlio Sarino erano i più incagnati. Abbaiavano sempre contro questi ribusciati, capimastri della loro rovina. Mastro Giovannino si limitava a latrare, ma Sarino, quando affilava forbici e rasoi, diventava rosso rosso vendetta che lo si poteva arrestare per omicidio. Per peccato di pensieri, parole ed opere.
Sulla fronte i capelli ci scendono giù Non li taglieremo più
Mastro Angelino mani flessibili, dita lunghe affusolate, avrebbe dovuto fare da manovale a suo fratello … ? Il pianista avrebbe dovuto fare il pianista, che la barberia era già un ripiego. La muratura non era in crisi, ma come accollarsi caldarelle e bacinelle su quelle delicate spalle? E come sostituire cesoie e forbici con cazzuole e mazze, pettini e spazzole con carriole e crivelli? E borotalco, profumi e lozioni con mattoni, calce, cemento? Avrebbe dovuto fare il pianista, magari al seguito di un’orchestra: – con al piano il Maestro...- ma la realtà gli si era parata contro, aveva dovuto scambiare marsina e bacchetta con camice e spazzole, il luccichio dorato degli ottoni con quello argentato degli specchi, ma poteva ora, anche solo mentalmente, sostituire il pianoforte con una betoniera? né maestro né mastro! Solo Angelino il manovale!
Uno sdillinio da sconforto assaliva Mimmo il giovane, il più lontano da tutti i giovani del mondo. Mimmo tagliava i capelli all’Umberto, corti, ritti e spinosi e i suoi clienti parevano più pale di fichidindia che generi umani. Era andato a impararsi da un remoto mastro di paese e poi aveva tentato di aprire un salone in proprio. Ci era riuscito in parte sottraendo un pezzo di casa a suamà. Il pezzo di casa, un pianoterra, annetteva pure la porta d’ingresso, dove suamà entrava e usciva a piacimento, senza paura di vagare tra teste e testosteroni, senza contare le volte che gli vociava dal rimanente pezzo di casa:- Hai finito Mimì? Posso calare la pasta Mimì? E una e due volte:- E spicciati Mimì che la pasta impiattata è! – E spicciati Mimì che la pasta colla diventa! E Mimì si spicciava a decespugliare i clienti. Anziani e ragazzini per lo più. Non era felice, ma da questo a dover chiudere bottega per colpa di deficienti che si annacavano con le zazzere al vento … !
Totò, Totò, ma come fai le cose a ciarlestò? Lo aveva ripreso sempre la mamà, fin da bambino. Non aveva mai potuto digerire quelle musiche mericane che, via via, prendevano posto dei valzer, delle mazurke, dei tanghi figurati e delle abballate pulite e sistemate. Fare le cose a ciarlestò equivaleva a farle di malajana, con sciatteria e improvvisazione. Tutto il contrario del vero Chareston ma tant’è! … la mamà era antica, bianca di pelle e di capelli come tutte le mamà del mondo, MastroTotò invece era aggiornato, un po’ istruito, un po’ polistrumentista di paese. Per le feste improvvisava serate e complessini con suonatori occasionali, stagionali, si arrangiava. Ma ora? Altro che Charleston e New Orleans era la musica degli inglesi arraffoni che prendeva piede! E lui, che aveva suonato persino per Giusy Romeo davanti al Teatro Massimo, avrebbe dovuto suonare per dei babbi zazzeroni che scimiavano i babbi della televisione, i babbi per cui rischiava la sua barberia …
Sulla fronte i capelli ci scendono giù Non li taglieremo più
Capelloni, capelloni cantano i Camaleonti! Il mio amore è un capellone canta Gilla, cantano i Bad Boys!, e i 4 contras tremavamo come foglie.
Niente parrucchieri, forbici e rasoi cantavano i quattro Camaleonti:
I barbieri nel paese erano 4. I capelloni 2, e manco stanziali. Tornavano solo per le ferie e poi ripartivano.
Durante una di queste ferie, il maggiore dei due tagliò le zazzere e le lingue in modalità ma sei maschio o femmina?; l’altro capelluto maturò e passì al nord, tornò solo quando la furia tricologica era passata.
E i barbieri e il paese furono in salvo.
Sulla fronte i capelli ci scendono giù Non li taglieremo più
10) Carboneria
Il primo numero era 92. Il secondo 96, il terzo era un 9 e basta. Erano, in fila, i numeri civici delle tre case dirupate di via Salvatore Altomonte, la stessa via della Scuola Media. E siccome le tre case erano dirupate e crollate come un domino, nessuno faceva caso ai loro numeri scombiccherati.
Le case numero 92, 96 e 9 erano sbarrate da portoni altrettanto obsoleti e cadenti che però non cadevano e quando si aprivano, perché nessuna porta resiste all’apritisesamo dei ragazzini, mostravano tutte le meraviglie di una natura incolta e superba. Erba alta e arbusti secchi. Che a primavera resuscitavano come Pasque e si coprivano di enfatici fiori barocchi e pure un albero di caco che spaccava l’aria di rossore, di orgoglio, di frutti succosi di cui nessuno godeva.
Perché l’attenzione mia, di Lucia, di noi profanatrici di quel tempio, era tutta rivolta alle crepe e alle fratture più profonde e più nascoste, meglio ancora se confinate vicino a qualche buca, pozzanghera o dirupo: più recondita era la feritoia, più al sicuro era il tesoro. Perché quei muri, quelle fratture, quelle crepe oltre i dirupi, contenevanoThe Rolling Stones, Marianne Faithfull, Patty Pravo e poi the Who, Roby Crispiano, I Nomadi, Caterina Caselli e poi i New Dada, Ricky Maiocchi, I Giganti, Meri Marabini, e poi … e poi e poi…
tutti là. Tutto là: il nostro sogno, la nostra Carboneria, la nostra Stampa Clandestina, erano le figurine Panini che ci scambiavamo di nascosto fra compagne e non potevamo portare a scuola rischio sequestro. Era già accaduto. A due di terza. La professoressa di francese le aveva scoperte mentre se le passavano durante un’interrogazione. Non le videro più.
Figurine dei cantanti: distrazioni inconcepibili, virus veneni che contagiava le alunne della scuola, le più promettenti, le più fantasiose, le più futuro. La cosa si era risaputa e i genitori erano diventati i più occhiuti e primi inquisitori di noi ragazze alloppiate e perse nel beat. Adesso ci guardavano nelle tasche e in mezzo ai libri. Una volta avevo dovuto nascondere bustine ed album dentro un fusto di calcina di una casa in costruzione. E meno male che ancora non era stata squagliata. Stavo tornando verso casa felice di aver beccato nientemeno che i Beatles … rarissimi, pressoché introvabili… quando, svoltata la curva, avevo visto mia madre, davanti la porta, a concionare con le vicine. Curva era la strada e curva ho fatto io, prima che mi potesse riconoscere da una punta di vestito. Trovato il ripostiglio di fortuna, ero uscita a recuperare l’album a sera tardi, quasi a notte fonda, quando per quella strada, non passava più nessuno. Cuore in gola, avevo lasciato la porta di casa aperta, ero volata verso il nascondiglio, avevo tolto il coperchio e…. l’album era come e dove l’avevo lasciato. Con la notte, col pericolo, sotto la luce pallida di una lampadina pubblica, le figurine Panini, già di loro lucide e patinate, brillavano come diamanti rubati.
Allerta picciotte! Album in una soffitta recondita e figurine da scambiare tra i resti delle case di via Altomonte. Io, Lucia un pugno di altre amiche, sorelle e complici ci ritrovavamo qualche metro prima o dopo e quando non passava nessuno… un colpo ad un portone sgangherato e…. dentro! Fuori!
-
Ma non ve ne viene fame? Perché arrivate così tardi? I vostri professori hanno già digerito! È che vi mettete a parlare di questi scimuniti di cantanti e finiu. Ma se vi peschiamo le fotografie, ‘pittiddi’ diventano! Loro e voi pure!
Fu che tornammo in via Altomonte dopo i cinque giorni di vacanze di Pasqua. Fu che aveva piovuto.
Fu che ci venne da piangere. Le figurine non si erano rovinate solo per l’acqua fin dentro le fessure, ma perché erano state colpevolmente esposte alla pioggia e fatte bagnare di proposito.
Così la finite di fare le cretine! Erano il sorriso e le parole beffarde dei nostri compagni di classe, che, per giorni ci avevano seguito e avevano scoperto il nostro traffico: Ma perché? chiedevamo incredule che (male) facevamo a voi?
– Eravate rincretinite appresso a sti stupidi, manco ci guardavate, sembrava che c’erano solo loro al mondo …
I nostri stessi compagni, quelli a cui passavamo parte dei compiti, quelli che aiutavamo nelle interrogazioni… i nostri compagni…. la nostra età, la nostra classe, della nostra generazione. I nostri compagni, quelli che per loro c’era il calcio, la bicicletta, il mare …
E passò la primavera e poi l’estate e poi l’autunno la II° e la III° media, non andammo più nelle case dirupate di via Salvatore Altomonte, nel tempio profanato.
Trovammo vari nascondigli nelle nostre case, separate nei nostri sogni, nelle nostre canzoni, nel nostro tempo insieme e la diaspora non ci portò fortuna.
Durante il secondo trimestre di terza media, complice il calo endemico del profitto dalla classe, i professori si coalizzarono come non mai: Levatele da questi falsi miti, queste ragazze devono studiare non guastarsi la testa per andarci appresso!
I miei Beatles, già graziati una volta dalla fortuna, vennero fatti a forno insieme a tutto l’album Panini, e a tutte le altre foto, posters e articoli dei, servirono da miccia per la legna minuta di un’infornata di pane, oppure solo per dimostrazione di potenza gerontocratica, per il gusto di vederli svampare.
Tra noi sconfitte si convoco una specie di assemblea clandestina, ma la nostra ‘Giovine Italia’ decise per non fare ritorsioni, né, tantomeno, di organizzare moti carbonari. Cerano gli esami di mezzo, a giugno, tra qualche mese. Qualcosa sarebbe comunque finito.
Finì l’era beat, finì l’0rda rock, finì l’era del proibizionismo.
Nel 1994, praticamente a fine secolo, il direttore dell’Unità, Walter Veltroni, decide di allegare al giornale la ristampa dell’album figurine Panini Cantanti 1966-67: quello. Ma è chiaro che l’onorevole Veltroni non poté ristamparmi l’originale. Né le lacrime in bustina chiusa.
11) Goccia a goccia

…è la pioggia che va / e ritorna il sereno … ed era proprio quella serena la mala stagione.
16-18 giugno 1967
Festival di Monterey
Monterey, California
Il Monterey Pop Festival è stato un festival musicale che si è svolto dal 16 giugno al 18 giugno 1967. Vi parteciparono più di 200.000 persone ed è riconosciuto come uno degli apici del movimento hippie …

E io? maledette sere di mezza estate! 200.000 persone ma dove? In paese, sulla strada principale, solo io: io e qualche compagna occasionale, in cerca, almeno, di una televisione, almeno di una visione! I bar chiudevano presto, la zia Maruzza e famiglia a villeggiare in campagna, la signora Sabatina dai suoi fratelli a Treviso, la televisione del signor Cannella era proprio l’ultima spiaggia. Io e *** davanti la sua casa come perse, come naufraghe, come lemosinanti davanti alla tavola imbandita, cunzata ad uso del padrone e i suoi accoliti.

Il signor Cannella era un carabiniere in pensione, aveva la televisione, il figlio carabiniere e la figlia fidanzata con un carabiniere. Per l’altro figlio sognava l’Accademia Militare di Modena.
Ma il figlio era piccolo. E Modena era lontana.
I parenti del CC fidanzato invece erano vicini, erano tanto vicini, erano ogni sera a casa sua. E siccome dentro casa non ci stavano, mettevano il televisore a taglio di porta e uscivano tutti sciamando ronzando.
Tutti, tranne la moglie del CC in pensione, che rimaneva in cucina a preparare rinfreschi e caffè per quell’esercito parentale che non la rendeva mai quiescente.
Dopo averla accesa, installata e posizionata, la milizia del signor Cannella trattava la televisione come nemica e controparte, e lo spazio innanzi come piazza d’armi. Fuoco a volontà!
Il primo bersaglio erano, naturalmente, i capelloni, le canzoni bitti, e la nascente gioventù hippy di cui ignoravano pure il nome. Il signor Cannella li avrebbe intrruppati e tosati come meloni, i suoi accoliti lo spalleggiavano e lo omaggiavano bevendo caffè e prendendosela con i genitori di quei caproni barbuti che non sapevano imparargli l’educazione e pure con la Ra che ogni sera li trasmetteva.

Non era vero che ogni sera li trasmetteva, vero era che ogni sera io li aspettavo. Io e, a volte *** , mendiche e sdegnose, stavamo appiattite al muro della casa di fronte sperando che nessuno ci vedesse. Le orecchie e gli occhi eroicamente stagliati sopra il fuoco di parole, il cuore lanciato oltre l’ostacolo, fino al cuore del nostro desiderio, fimo al cuore dei nostri amori.
E con le spalle appoggiate alla parete della casa di fronte aspettavamo che, da Londra o da Liverpool e magari da Monterey, arrivasse un vascello pirata, un sottomarino giallo tutto vele e cannoni che ci facesse giustizia e ci rendesse vendetta.
E con le spalle appoggiate alla nostra trincea, le orecchie e gli occhi incollati alla scatola di vetro, raccoglievamo quelle gocce di beat che la distanza permetteva, come il Lazzaro avrebbe raccolto le briciole cadute dal piatto del ricco epulone.
16-18 giugno 1967
Festival di Monterey
Il Festival Internazionale di Musica Pop di Monterey (Monterey Pop Festival) è stato un festival musicale che si è svolto dal 16 giugno al 18 giugno 1967. Vi parteciparono più di 200.000 persone ed esso è anche riconosciuto come uno degli apici del movimento hippie e il precursore del festival di Woodstock, che si svolse due anni più tardi.
Il festival
Allestito vicino al paese di Monterey (California), in un’arena naturale che aveva per anni ospitato il Monterey Jazz Festival, la manifestazione fu organizzata dal produttore discografico Lou Adler, dai cantanti Paul Simon, Michelle Phillips e John Phillips dei The Mamas & the Papas, dal produttore Alan Pariser e da Derek Taylor.
La scaletta del festival incluse membri dei Beatles e dei Beach Boys. Il poster pubblicitario fu disegnato dall’art director Tom Wilkes. Fu creato per l’occasione un “comitato di garanti” di cui facevano parte fra gli altri Donovan, Paul McCartney, Mick Jagger, Smokey Robinson e Brian Wilson[1].
Gli artisti suonaronoIl biglietto di ingresso costava un dollaro. Il festival è tipicamente ricordato (con l’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band uscito due settimane prima) come l’apice della cosiddetta “Summer of Love“. gratis e tutto il ricavato fu donato in beneficenza, con l’unica eccezione di Ravi Shankar che fu pagato 3.000 dollari per la sua lunga performance pomeridiana con il sitar
l festival entrò nella storia anche per la prima grande apparizione statunitense di Jimi Hendrix, permessa grazie all’insistenza di Paul McCartney[2] e degli Who e la cui esibizione venne presentata al pubblico da Brian Jones.
Fu anche il debutto di Janis Joplin, che apparve come membro dei Big Brother and the Holding Company, e Otis Redding, nei Booker T. & the M.G.’s. Redding sarebbe morto pochi mesi dopo.
Musicisti
Venerdì 16 giugn
- The Association
- The Paupers
- Lou Rawls
- Beverly
- Johnny Rivers
- The Animals
- Simon and Garfunkel
- Simon and Garfunkel
Sabato 17 giugno
- Big Brother & the Holding Company con Janis Joplin
- Country Joe and the Fish
- Al Kooper
- The Butterfield Blues Band
- Quicksilver Messenger Service
- Steve Miller Band
- The Electric Flag
- Moby Grape
- Hugh Masekela
- The Byrds
- Laura Nyro
- Jefferson Airplane
- Booker T. & the M.G.’s
- Otis ReddingDomenica 18 giugno
Un disco per l’estate 1967
a quarta edizione del concorso radiotelevisivoUn disco per l’estate vide la competizione di 49 motivi, come di consueto in due fasi. La prima fase prevedeva il “passaggio” radiofonico di tutti i motivi in gara in quattro appuntamenti giornalieri dal 20 aprile in poi, e di quattro passerelle televisive presentate da Daniele Piombi, Mascia Cantoni, Nunzio Filogamo e Renata Mauro e si concluse con la selezione di 20 canzoni che guadagnarono il diritto di esecuzione televisiva a Saint-Vincent nella fase successiva.
La seconda fase prevedeva tre serate trasmesse in diretta in TV e alla radio, presentate dall’attore Rossano Brazzi. All’ultimo minuto, probabilmente per impegni improvvisi dell’attore, la conduzione delle tre serate fu affidata a Renato Tagliani e Gabriella Farinon, con la collaborazione di Enzo Tortora, Raffaele Pisu ed Helène Chanel. Nelle prime due serate (8 e 9 giugno, con la partecipazione anche di Enzo Tortora), in onda sul Secondo Programma Radio e TV, vennero eseguite le 20 canzoni prescelte, in due gruppi di 10. Alla terza serata (10 giugno), in onda sul Programma Nazionale TV e sul Secondo radio parteciparono le cinque più votate della prima e della seconda serata.
L’edizione 1967 di Un disco per l’estate vede la vittoria di un brano “all’italiana”, in una diretta televisiva in cui tra l’altro era stata decretata l’esclusione di tutti i gruppi musicali. Questo è sintomatico di una sfasatura tra le giurie, verosimilmente appartenenti a fasce di età più matura rispetto agli acquirenti di dischi, e più orientate verso la tradizione melodica.
In questa edizione si afferma l’esordiente Al Bano, e la sua Nel sole (che si classifica soltanto sesta nella serata finale) sarà il 45 giri più venduto di quelli presentati alla manifestazione.
Elenco delle canzoni partecipanti alla prima fase
Al Bano: Nel sole – La voce del padrone
Orietta Berti: Solo tu (testo e musica di Federico Monti Arduini) – Polydor
Paola Bertoni: Il destino più bello – Tiger Records
Lello Caravaglios: Ho solo l’amore – Vis Radio
Gigliola Cinquetti: La rosa nera – CGD
Tony Cucchiara: Ciao, arrivederci – Sprint
Tony Del Monaco: Tu che sei l’amore – CGD
Riccardo Del Turco: Uno tranquillo (testo di Daniele Pace e Lorenzo Pilat; musica di Daniele Pace, Mario Panzeri e Lorenzo Pilat) – CGD
Pino Donaggio: Un brivido di freddo – Columbia
Fiammetta: Ricordare o dimenticare –
Nino Fiore: Accarezzame… nun me vasa’ – Kappa O
Jimmy Fontana: La mia serenata (testo di Gianni Boncompagni, musica di Jimmy Fontana) – RCA Italiana
Peppino Gagliardi: Ricordati di me – Det
Remo Germani: Darsi un bacio – (testo di Vito Pallavicini, musica di Remo Germani) – MGM
I Girasoli: Voglio girare il mondo (testo e musica di Roberto Righini e Alberto Lucarelli) – ARC
Wilma Goich: Se stasera sono qui (testo di Mogol e Luigi Tenco; musica di Luigi Tenco) – Dischi Ricordi
Mario Guarnera: Mille ricordi – Ariston Records
Isabella Iannetti: Corriamo – Durium
Anna Identici: Tanto tanto caro – Ariston Records
Fausto Leali: Senza di te (testo e musica di Paolo Ferrara) – Ri-Fi
Lalla Leone: Non mi capirai (testo di Vito Pallavicini; musica di Paolo Zavallone) – Ducale
Jenny Luna: Di qui (testo di Giorgio Calabrese, musica di Gianfranco Intra) – La voce del padrone
Antonio Marchese: Da quando amo te (testo di Alberto Testa; musica di Rinaldo Cozzoli) – Melody
Anna Marchetti: Gira finché vuoi – Meazzi
Gabriella Marchi: Diceva diceva (testo di Daniele Pace; musica di Mario Panzeri e Roberto Livraghi) – Cetra
I Nuovi Angeli: Guardami negli occhi – Durium
Marcella Perani: L’amore ce l’hanno tutti (testo e musica di Daniele Pace e Mario Panzeri) – Stereomaster
Gianni Pettenati: Io credo in te (testo di Vito Pallavicini e Bruno Pallesi, musica di Gualtiero Malgoni) – Cetra
Gian Pieretti: Julie 367.008 (testo e musica di Gian Pieretti e Ricky Gianco) – Vedette Records
Memo Remigi: E pensare che ti chiami Angela (testo di Franco Califano, musica di Memo Remigi) – Carosello
Tony Renis: Non mi dire mai goodbye (testo di Alberto Testa, musica di Tony Renis) – RCA Italiana
Robertino: Era la donna mia (testo e musica di Gianni Meccia) – Carosello
Luisella Ronconi: Il tipo giusto – (testo di Pinchi; musica di Bettoni e Ray) – RT Club
I Satelliti: Mondo mio (testo e musica di Ricky Gianco) – Dischi Ricordi
Armando Savini: Uno fra tanti – Philips Records
Snakes: Tanta parte di male (testo e musica di C.A. Liman) – Cinevox
Annarita Spinaci: Balla balla – MRC
Franco Talò: Come un giocattolo rotto – Silver
Franco Tozzi: L’ultimo giorno (testo di Alberto Testa, musica di Eros Sciorilli) – Fonit
Carmen Villani: Ho perduto te (testo di Daniele Pace, musica di Mario Panzeri e Gene Colonnello) – Cetra
Salvatore Vinciguerra: La legge della natura – (testo di Marisa Terzi e Nandor; musica di Luciano Zotti e Salvatore Vinciguerra) – CAR Juke Box
Iva Zanicchi: Quel momento (testo di Mogol, musica di Gene Colonnello) – Ri-Fi
Classifica finale
- La mia serenata – Jimmy Fontana, voti 206
- La rosa nera – Gigliola Cinquetti, voti 163
- Se stasera sono qui – Wilma Goich, voti 158
- Non mi dire mai good bye – Tony Renis, voti 137
- Tu che sei l’amore – Tony Del Monaco, voti 80
- Nel sole – Al Bano, voti 75
- Era la donna mia – Robertino, voti 53
- Solo tu – Orietta Berti, voti 46*
- Uno tranquillo – Riccardo Del Turco, voti 46*
- Corriamo – Isabella Iannetti, voti 36
12) Contro il fascismo che ci attanaglia ottoni a scoppio, rappresaglia!

poi partì Nessuno mi può giudicare. La conoscevano tutti, tutta Piazza Duomo la cantava. La suonava La Banda degli Ottoni a Scoppio del Centro Sociale Torchiera-Milano, praticamente dei fuorilegge. E fuori legge l’avevano suonata a dicembre, ad agosto, magari insieme ad Addio Lugano bella, Bella ciao, Ederlezi e Moliendo café, l’avrebbero suonata l’8 marzo, il 18 marzo, il 25 arile e il 29 giugno.




L’avrebbero suonata e la gente l’avrebbe cantata, anche chi non ne conosceva l’origine, la genesi, la prima interprete, anche chi seguiva le manifestazioni tiepidamente dai marciapiedi, e persino chi scuoteva la testa: la cantava, mentalmente ma la cantava; potrei giurarci che persino la Polizia la cantava, sotto gli scudi, sotto i caschi protettivi, sotto la tenuta antisommossa, senza farsi vedere ma la cantava, la conosceva e la cantava, era un patrimonio nazionale quella canzone, era più forte di ogni divieto imposto o autoimposto.
2 marzo 2019 quasi un secolo fa
Milano contro il razzismo: migliaia di persone in piazza con “People” Prima le personepers
Uomini, donne, bambini di tutte le età hanno sfilato il 2 marzo per le vie del centro di Milano per dire di no al oOltre 200mila persone con palloncini e striscioni, cantando e danzando hanno partecipato alla manifestazione “People-prima le persone“, partita poco dopo le 14 da via Palestro, angolo Corso Venezia.

People (dal sito)ne.88
Noi siamo antirazzisti, antifascisti e convinti che la diversità sia un valore e una ricchezza culturale.
Inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri, senza barriere.(…)
Un’Europa nella quale venga sconfitta la spinta del neonazionalismo che porta nuove barriere, che fomenta la violenza, che fa del migrante un capro espiatorio.(…)
Perché ciascuno di noi è prima di tutto persona.Noi vogliamo un Paese del quale tornare a essere orgogliosi senza dimenticare mai le grandi sfide di chi l’aveva immaginata, diversa, da come è oggi.
People – Prima le Persone – 2 marzo a Milano

m Porta Venezia e poi in piazza Duomo, mai visti tanti bambini ad una manifestazione e la Banda degli Ottoni a Scoppio,
il motto identificativo:
CONTRO IL FASCISMO CHE CI ATTANAGLIA OTT0NI A SCOPPIO, RAPPRESAGLIA!
E poi Nessuno mi può giudicare.

E bambine sfuggite dalle loro madri. Ammesso che lo volessero non riescono a trattenerle: intrecciando mani, braccia, teste e corpi si lanciarono in un ballo spontaneo, tra il rondò medioevale e il rock&roll acrobatico, nessuno potrà fermarle, nessuno potrà separarle, nessuno potrà giudicarle.
Era il 2 marzo 2019 quasi un secolo fa.
che però la mia porca figura la facevo, una certa immagine la davo.
Già, ci avevo messo qualche mese a farmeli diventare simili a lei, a Casco d’Oro Caterina Caselli, ma anche a Brian Jones, ai 4 Beatles, a Marianne a tutti quelli che sulla fronte i capelli ci scendono giù; al biondo certo non potevo ambire ma alla frangia sugli occhi sì, allo scalare dietro la nuca sì, al rettangolo sopra le orecchie sì, pressappoco.
Con un abitino a righe, le piccole gambe al vento e l’estate che, per fortuna, era finita. Ritornavo a scuola col mio carisma, con la mia nomea di: ragazzina ribelle, ragazzina beat, esattamente quella: nei vestiti, nei gesti, nelle canzoni che sceglievo. Per la santificazione mi mancava l’aureola ma avevo i capelli, i miei meravigliosi, frangiosi, sfrontati, inequivocabili capelli.
A ottobre avevo fatto il mio ingresso trionfale: primo giorno, seconda media, pochi professori, pochi libri e tanto orgoglio, un po’ strana ma tanto intelligente dicevano di me e finché ero anche tanto intelligente mi sarei salvata, pensavo io, mi avrebbero dovuto accettare per come ero, perché ero sì intelligente, ma anche generosa e solidale non cattiva e superba.

Ed era il 31 ottobre, quasi tutti nel paese erano impegnati nella raccolta delle olive ma era anche la vigilia della festa di Tutti i Santi dei Morti e, in uno di questi due giorni, si doveva andare al cimitero. Famigliole compunte, vestite a festa pure gli uomini, i papà che avrebbero rinunciato ad una mezza giornata di lavoro ma non a parlare di campagna e di male annate con altri papà, mentre si visitavano le tombe, si sistemavano i fiori, si accendevano i lumini che, il vento, regolarmente avrebbe spento; si sarebbero riaccesi a casa, che anche da casa la loro luce avrebbe illuminato i cari estinti.
Tutto questo l’1 novembre, ma eravamo ancora al 31 di ottobre.
Mia madre aveva deciso di darsi una ‘ripulita’, aveva tirato fuori il tailleur autunnale, le scarpe chiuse col mezzo tacco, le calze velate e si era guardata i capelli… Le olive non avevano certo giovato alla pettinatura e l’indomani al cimitero ci sarebbe stata tanta gente, non poteva presentarsi così e farsi sparlare. Là, il pomeriggio dalla parrucchiera, – e dato che ci siamo vieni anche tu.
Un’ondata di improvviso terrore mi pervase, sapevo quello che voleva dire, sapevo quello che mi avrebbero fatto.
La notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre 1967 il cuscino del mio letto si sarebbe potuto strizzare tanto era bagnato.
Prima di mezzanotte la gente uscì dai letti e dalle case. Si riversò nei balconi e per le strade e, concitata e impaurita, commentò l’evento.
Mia madre che non si poteva dare pace: –ma che ci piangi per i capelli, per queste cretinaggini… qui stanno succedendo cose gravissime, cose da piangere per davvero!
C’era stato il terremoto, un terremoto forte che tutti avevano sentito, tutti, tranne me rimasta a piangere fino al mattino. L’indomani, al cimitero, nessuno fece commenti sul mio scellerato taglio di capelli ma tanti commentarono solo la recente scossa. Anche a scuola, dopo la breve vacanza, le compagne sembrarono non farci caso, c’era il terremoto di cui parlare, c’erano i morti da ricordare, a chi importava la morte di una parte di me? Solo Rosetta, una compagna lontana lontana dal mio pazzo pazzo mondo, ma consapevole della mia grande pena, rincarò incolpevolmente la dose: anche da dietro ti hanno ‘scrozzato’, sembrano capelli di un maschio, tanto valeva che tua madre ti portasse dal barbiere! Tutto lì, chiuso. Ma la ferita non si chiuse e il terremoto del 1967, al mio paese, fu ricordato come quello con tanto spavento ma senza vittime, senza danni a cose o persone, senza squarci sul terreno o disastri ambientali. Anche lo squarcio sul mio cuore non si può dire sia stato colpa del terremoto.

È lì che è arrivato il caschetto.
Dalla fine degli anni Sessanta il caschetto esplode con, nel 1966, Caterina Caselli che a Sanremo canta “Nessuno mi può giudicare” sfoggiando un’acconciatura geometrica bionda. Quel taglio, che la portò il soprannome di “Casco d’oro”, era stato ideato per lei dai Vergottini
Pochi anni fa proprio Caterina Caselli. l’interprete di Nessuno mi può giudicare, quella a cui volevo disperatamente somigliare, confessò che aveva sofferto molto per quel taglio di capelli che, praticamente, le era stato imposto, era stato studiato appositamente per lei, per un pubblico mirato, per il modello che avrebbe dovuto rappresentare:
“Ricordo i 7 cugini Vergottini schierati con Cele in testa che mi dicevano: “Non ti vergogni, con quei capelli?” Li portavo lunghi alla selvaggia e ho detto: “Fate di me quel che volete”, mi hanno decolorata, tagliata. Esco, scendo in galleria e incontro Ravera che non mi riconosce, capisce che sono io solo dalla voce. Poi quella canzone per Sanremo 1966, Nessuno mi può giudicare…”
così il famoso Casco d’Oro simbolo di ribellione e libertà era un casco costruito e pensato a tavolino: avevo pianto per aver perso quello che Caterina aveva accettato di malavoglia, almeno per i primi giorni.
Nessuna libertà: legge di mercato contro legge del perbenismo, dell’omologazione, del patriarcato.
Ma allora non potevo capirlo, non potevo saperlo, ero giovane, ingenua e questa era la mia fortuna. Ma ero anche inconsapevole. Di quella inconsapevolezza che azzera ogni fortuna, la rende la più grande delle sventure.
13) … ma il cammino di ogni speranza…..

Che di quel cognome importante (Cesare), di cui mio padre andava tanto fiero, a me non importasse nulla era palese, che qualcuno dei professori mi chiamasse ‘Cesarina’ era antipatico. Ma antipatico ancora di più era il primo banco. Sempre lì, sempre in vista, fin dalla prima elementare e non per meriti speciali, solo perché ero piccola e minuta e non oscuravo chi stava dietro me. ‘Mettiti lì tu che sei bassina’, mi dicevano, usando il diminutivo di conforto che però non cambiava le cose. Conforto per i maestri, per i professori, per i compagni, per la bidella, per me non c’era nulla di confortante nel rimanere, sempre e comunque, in pole position.
Il secondo banco e addirittura il terzo erano un miraggio, era stare riparati dalla sorveglianza, trafficare con le mie cose e coi miei pensieri, potere, con agio, passare e farmi passare i compiti, lanciare occhiate di dissenso o d’intesa verso altri compagni. E invece la condanna del primo banco era ineluttabile. Ero come un portiere di calcio che doveva parare tutti colpi senza mai fare goal!
Così la morte di Luigi Tenco fu relegata nello spazio che intercorre tra un primo e un secondo banco di scuola, tra la merenda e la pipì della ricreazione, nel tragitto tra la scuola e la casa, che, per la verità era lunghetto, ma c’erano anche altre cose di cui parlare. Il 17° Festival di Sanremo era stato una mannaia per tanti esimi cantanti e non solo per il il tragico Ligure.

Il diciassettesimo Festival di Sanremo si svolse al Salone delle feste del Casinò di Sanremo dal 26 al 28 gennaio 1967 con la conduzione, per la quinta volta consecutiva, di Mike Bongiorno, nell’occasione affiancato da Renata Mauro.
Quest’edizione è nota alla storia per aver fatto da sfondo al suicidio del cantautore Luigi Tenco, presente alla gara con Ciao amore, ciao abbinato alla cantante francoitaliana Dalida (l’ abbinamento consisteva nel fare eseguire una stessa canzone da due interpreti oppure da un interprete e un gruppo), il brano venne eliminato dopo la prima serata.
Le possibili ragioni del suicidio, esplicate in un bigliettino attribuito a Tenco («Faccio questo […] come atto di protesta contro un pubblico che manda Io, tu e le rose in finale e una commissione che seleziona La rivoluzione»[), divennero cavallo di battaglia di chi denunciava la deriva commerciale del Festival a scapito della canzone d’autore. La stessa Orietta Berti, interprete di uno dei brani citati nel biglietto di Tenco, Io, tu e le rose (assieme al gruppo francese Les Compagnons de la Chanson).
Tra i cantanti stranieri in gara, da segnalare gli statunitensi Cher e l’allora marito Sonny Bono, la britannica Marianne Faithfull, all’epoca compagna di Mick Jagger, frontman dei Rolling Stones, il gruppo spagnolo dei Los Bravos abbinati a un’inedita Milva in versione beat, gli irlandesi The Bachelors, il francese e, allora rivoluzionario, Antoine.
Fu, anche, l’esordio di Lucio Battisti sebbene solo come autore, che portò in gara Non prego per me, scritta con Mogol e interpretata da Mino Reitano e gli inglesi Hollies.
Nonostante tutto questo bailamme, la canzone vincitrice fu Non pensare a me cantata da Claudio Villa ed Iva Zanicchi: una melodia e un testo tra i più retorici e scontati della musica italiana.
Fuori, fin dalla prima serata, i miei beniamini, io ormai tifavo per Pietre (di Pieretti-Gianco, vagamente i spirata a Like a Rolling Stone di Bob Dylan), ma, più che per la canzone, tifavo per l’interprete Antoine: bello, capelluto, irregolare, ancora reduce dalle sue Élucubrations.
Fuori, fin dalla prima serata, Luigi Tenco andò fuori pure dalla vita; Marianne Faithfull fu tiepidamente accolta e difesa da Mick Jagger che denunciò l’incompetenza delle giurie; Sonny e Cher, che si erano presentati assolutamente impreparati e senza conoscere una parola d’italiano, rovinarono una splendida canzone di Umberto Napolitano e misero in crisi la carriera di Caterina Caselli a cui li avevano abbinati.
Anche il mio Cammino di ogni speranza si fermò un momento, più di un momento… non c’era modo di uscire dalla tradizione, dallo scontato, dal déja vu… ?
ma poi, un po’ ammaccata, ritornai a sperare, a 13 anni: avevo solo cominciato…
Comunque, al netto di tutto, bisogna dire che poi Cher, senza l’ingombro del marito e affiancata da uno sbiadito Nico Fidenco, diede una splendida versione dell’altra canzone a lei destinata: Ma piano (Per non svegliarmi) di Gianni Meccia
Un mistero rimase Iva Zanicchi, già in odore di blues e capacissima di interpretare al meglio tutte le canzoni del festival, scelse, o le ffecero scegliere il brano più opaco e retrò della gara. Il vincitore acclamato fu il suo partner ‘reuccio Claudio Villa’ e lei solo la sua spalla, una delle tante voci della canzone all’italiana.
