La domenica delle salme
… prigioniera in casa a 60 anni come a 12… dal palco dalla festa, mi arrivava l’eco delle canzoni… guardavo giù dal balcone … il pavé della strada mi diventava pentagramma, note musicali che si elevavano dallo spartito, caratteri di una scrittura arcaica, orientale, cuneiforme: cunei che si infilzavano sulla mia pelle e la laceravano. A 60 anni come a 12 …
01 … BLAZING PHOENIX: Post fata resurgo

Ho preso sempre le debite distanze dai miei idoli: avevo paura che la vicinanza potesse sgretolarli, sbriciolarli, sbiadirli, non loro, ma l’immagine che avevo di loro. Con Marianne no, di Marianne mi sono fidata, ho aspettato che terminasse il suo concerto, l’ho avvicinata, le ho comunicato tutta la mia stima e ammirazione per la voce, il talento, la scelta del repertorio. Gentilezza, raffinatezza, generosità, la sua risposta, solo questo avrei ricordato per gli anni a venire.
Anche la sua scomparsa avevo accettato considerando la mia età: se me li piango tutti, dicevo, la vita sarà una valle di lacrime più di quanto non lo sia di suo.
Ma guai rimuovere un dolore, anche quando sembra non affiorare, anche quando non si rivela come tale, e così, il giorno dopo la scomparsa di Marianne, sistemando alcune carte, mi trovo con questo tra le mani:

con sul retro…
Era il biglietto firmato con dedica, il solo autografo che avessi mai osato chiedere ad una star, e l’avevo completamente dimenticato.
Ora anche Marianne si perde tra le stelle: nella ‘burnìa’ dedicata alle persone che ho conosciuto, ho toccato, ho amato, mi sono state a fianco, passo passo, terra terra.


Ho amato la seconda Marianne, quella di Broken English, Strange Weather, Blazing Away, Pirate Jenny, la Marianne di Nick Cave, Beck, Angelo Badalamenti …. La Marianne della sua ‘second life’ … quella che, dicono, sia risorta dalle sue ceneri.
Una volta sola però, stavolta non risorgerà più, ci vuoi scommettere?
Marianne Evelyn Gabriel Faithfull (Londra, 29 dicembre 1946 – Londra, 30 gennaio 2025)

02 … Non ho l’età (passa la bellezza)

La tematica: la persona avanti in età che rimane affascinatǝ dalla bellezza giovanile e le tre diverse soluzioni.
LA MORTE A VENEZIA (titolo originale: Der Tod in Venedig dello scrittore tedesco Thomas Mann pubblicata nel 1912. Ci racconta dello scrittore Gustav von Aschenbach e del suo viaggio a Venezia alla ricerca di nuova ispirazione. Qui è colpito dalla bellezza di Tadzio, ragazzo di origine polacca.
L’ omonimo film del 1971 di Luchino Visconti tratto dal melodramma Morte a Venezia del 1973 del compositore Benjamin Britten.
La canzone di Roberto Vecchioni:
2 “PALOMMA ‘E NOTTE” – Salvatore di Giacomo scrisse il testo nel 1904, Buongiovanni lo musicò solo due anni dopo
È, in origine, dedicata alla sua donna, Elisa Avignano: tra i due c’era un consistente divario d’età, il poeta aveva 45 anni mentre la donna ne aveva 26. Nonostante la bellezza della canzone, le strofe risentono, a mio parere, del comune modo di pensare del tempo: moralistico, scandalistico, paternalistico.
La forza espressiva di Palomma ‘e notte è tutta nell’immagine della farfalla che rischia di bruciarsi avvicinandosi troppo a una candela. Salvatore di Giacomo la descrive con una capacità lirica senza pari, ricavandone un monito per Carolina.
Testo:
Tiene mente ‘sta palomma,
comme gira, comm’avota,
comme torna n’ata vota
sta ceròggena a tentà.Palummè’ chist’è nu lume,
nun è rosa o giesummino.
E tu, a forza, ccà vicino
te vuó’ mettere a vulà.Vatténn’ ‘a lloco.
Vatténne, pazzarella.
Va’ palummella e torna,
e torna a st’aria
accussì fresca e bella.
‘O bbì’ ca i’ pure
mm’abbaglio chianu chiano,
e che mm’abbrucio ‘a mano
pe’ te ne vulé caccià?Carulì’, pe’ nu capriccio,
tu vuó’ fá scuntento a n’ato
e po’, quanno ll’hê lassato,
tu, addu n’ato vuó’ vulà.Troppi core staje strignenno
cu sti mmane piccerelle.
Ma fernisce ca sti scelle
pure tu te puó’ abbrucià.Vatténn’ ‘a lloco.
Vatténne, pazzarella.
Va’ palummella e torna,
e torna a st’aria
accussì fresca e bella.
‘O bbì’ ca i’ pure
mm’abbaglio chianu chiano,
e che mm’abbrucio ‘a mano
pe’ te ne vulé caccià?Torna, va’, palomma ‘e notte,
dint’a ll’ombra addó’ si’ nata,
torna a st’aria ‘mbarzamata
ca te sape cunzulà.Dint’ ‘o scuro e pe’ me sulo
‘sta cannela arde e se struje,
ma ch’ardesse a tutt’e duje,
nun ‘o ppòzzo suppurtà.Vatténn’ ‘a lloco.
Vatténne, pazzarella.
Va’ palummella e torna,
e torna a st’ariaaccussì fresca e bella.
‘O bbì’ ca i’ pure
mm’abbaglio chianu chiano,
e che mm’abbrucio ‘a mano
pe’ te ne vulé caccià?
…e, finalmente, la consapevolezza della ‘ragazza’ di Fossati;
che poi aggiunge: “Oggi nelle canzoni si parla solo di un amore da ragazzini. Niente corpi, rughe e sensualità. Eppure invecchiare è una conquista”
NON HO L’ETA’ PER AMARTI, ossia: come fare pace con una canzone
Tante sono le canzoni con cui ho fatto pace, con alcune no. Quelle mielose, retoriche, paternaliste, prescrittive… E più di tutte con: (talan-talan-tatan) -non ho l’età, non ho l’età per amarti. Non ho mai capito cosa ci trovassero, come abbia potuto vincere un Sanremo e, ancora di più, un Eurofestival, e … come la si canti ancora senza vergogna. Vani e ridicoli sono i tentativi della sua interprete (Gigliola Cinquetti) di attualizzarla, renderla ‘potabile’, volerne fare, addirittura, un inno Me Too.
La prima volta che l’ho sentita è stato a scuola, la cantavano le mie compagne su indicazione (istigazione?) della maestra (integralista cattolica); io non la cantavo perché non ne conoscevo le parole, la musica, l’esistenza. La mia casa era a lutto stretto, non si suonava il giradischi, non si sentiva la radio, la televisione manco c’era, e pure le case vicine sembravano non emettere voce.
Ma a scuola ogni tanto si cantava. Maestre melomani che esibivano i loro allievi in salmi patriottici: –oh Italia oh Italia del mio cuore, la fake dei fanti il 24 maggio-, Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma- ; e, per le feste le canzoni di Dio: l’ineludibile -tu scendi dalle stelle, –venite venite o pastori… , – il 13 maggio apparve Maria / a tre pastorelli in Cova d’Iria (ma cos’era sta ‘Cova d’Iria’? un mistero più mistero dell’apparizione)
Quel giorno del ‘64 però … la maestra ci scelse un canto laico, moderno, proveniente addirittura dal Festival di San Remo. Io non cantavo, non conoscevo quel brano, non conoscevo quelle parole che le mie compagne rimasticavano come chewing gum. Io ero alla mercé del più grande dolore della mia vita, una perdita irreversibile e ripugnante: la morte di zio Cosimo: giovane, bello, forte, generoso, lo zio che avevo tanto amato, che tanto amavo e perché non dovevo amarlo? C’è forse un’età per amare una persona così? Perché non dovevo amarlo io quando tutti, i miei genitori, i miei parenti, tutto il paese lo amava? E lo amavo perché era coraggioso, magnanimo, solare, virile, simpatico, patentato, emigrato all’estero, aperto al mondo; lo amavo perché non era come mio padre: tutto lavoro, oculatezza, parsimonia, socialità QB, ancora mulo e carretto. E io… perché non dovevo amare il suo contrario? Perché non dovevo amare un uomo tanto amabile? Certo, poi ho capito perché e ho capito di quale amore trattava la canzone; tuttavia quell’imprinting, quel malo ricordo mi rimase, ingigantito dalle retoriche note iniziali, dalla postura del corpo, dalla fama di brava ragazza dell’interprete: Gigliola Cinquetti.
03 …Non lo senti che tuona?
‘L’avevi creduto davvero
Che avremmo parlato Esperanto?
L’avevi creduto davvero
O l’avevi sperato soltanto?’
Per belle che siano, è grave quando delle canzoni, scritte più di trent’anni fa, sono ancora attuali. È peggio quando sono state profetiche:
1992 – Francesco De Gregori – Rumore di niente
04 La domenica delle salme

L’immagine è stata generat dall’AI e non corrisponde ad alcuna foto reale.
Mastro Fofò in abito scuro, camicia bianca e cravatta chiara come non l’avevo mai visto. Anzi proprio come era vestito non avevo mai visto: sempre con le gambe sotto il banchetto, coperto da un grembiule color caffè, neanche le scarpe gli erano mai spuntate, neanche per verificare se è vero che gli scarpari sono i rimi ad avere le scarpe rotte.

Tutte le sere zio Peppino passava dalla mia strada che era pure la sua. A cavallo della sua asina, nella sua maglia terra e sudore, si sentiva un principe. Tornava dalla sua campagna, un piccolo podere acquistato coi soldi della Campagna d’Africa. Non so quanto razzista fosse e se mai avesse capito cosa era andato veramente a fare, certo è che i negri contro cui sparava l’avranno preso per un fuoco amico o un ascaro eritreo tanto scuro era il colore della sua pelle. Per il matrimonio del figlio lo infilarono in un gessato affumato e lo legarono ad una cravatta a pallini per non farlo sembrare diverso dagli altri consuoceri.
Tino con la sua terza media, aveva fatto carriera come messo comunale, Guardia Municipale per la gente. Portava a domicilio le cartelle delle tasse (fucatu) e si occupava di dirigere il poco traffico e il po’ di decoro delle vie principali del paese. La moglie faceva i salti mortali per rendere decoroso lui: non poteva farlo circolare con le toppe e la camicia malandata come i villani, era pur sempre un Pubblico Ufficiale, lui! Un grande sollievo fu quando il Comune gli fornì la divisa: era bellissima, nera col berretto fregiato che sembrava un carabiniere! Ma, i soldi risparmiati per i vestiti del decoro, furono spesi tutti per i vestiti del matrimonio della figlia. In verità lei era già incinta ma non si doveva sapere, si dovevano fare le cose come se nulla fosse accaduto, fiori in chiesa, abito bianco per la ragaza, abito scuro per Tino che l’avrebbe condotta all’altare. In entrambi non si intuiva un filo di pancia. Il decoro era salvo.
Nino era un commerciante di formaggi abile e scaltro. Aveva fidanzato la figlia con un nobile in decadenza di un paese vicino. Sarebbe stato un matrimonio alla pari: lui avrebbe portato il titolo e lei i soldi. La signora di Nino era tutta un brodo di giuggiole per l’imminente cambio di classe che, inevitabilmente, avrebbe coinvolto anche lei. Le spese del matrimonio se le accollò tutte Nino, pure quelle del pranzo degli invitati che per fortuna furono pochi: la famiglia nobile vietò di invitare amici e parenti che, nelle mani e nei modi grezzi, ricordassero origini contadine. Il divorzio arricò prestissimo e i parenti blasonati si opposero al proverbio vesti tizzuni ca pari baruni: l’ex consuocero, nonostante il vestito su misura, le scarpe lucide e la cravatta intonata, no! sotto sotto olezzava sempre di beccume.
Larenzo, con gli stivali affondati nell’acqua, nel giorni infiniti di luglio ed agosto, impiantava occhi (ovoli) di carciofi. La moglie gli mandava il pranzo a domicilio e lui lo consumava senza smettere di lavorare per non disperdere acqua, carburante, energia. Ma, il giorno che il figlio si sposò, Larenzo non lavorò di zappa e non mise gli stivali. In completo di lino verde si sentì talmente in imbarazzo che rimpianse i piedi infangati e il terriccio dei bulbi di carciofo.
Gino era un indoratore, cioè un pittore edile, cioè un imbianchino. Il colore da lui amato era il beige e di beige pittava le case dove lavorava. I clienti che preferivano un’altra tinta dovevano essere precisi, convinti e assertivi se no lui andava automaticamente in beige. Non so se per il matrimonio di sua figlia, che non aveva fatto studiare perché femmina, avesse indossato un completo beige, ma so che sua figlia, per non sapere leggere né scrivere, aveva indosso un abito di 12 milioni. Bianco.
Tutti in abito da cerimonia per il matrimonio dei figli tutti in un completo che, per loro di matrimonio, non avrebbero neanche potuto immaginare, Franz che da mastro forgiaio dovette diventare negozio di ferramenta e poi officina meccanica in tuta blu, Totò spazzino che fu inteso sempre come Totò spazzino anche quando divenne portalettere, Saro e Pasquale macellai padre e figlio che distribuirono i sacchetti bianchi ai clienti cercando di non macchiarli di rosso e carne macinata, Mastro Antonio, Tony a Los Angeles, che da mastro sellaio si trovò disoccupato per mancanza di bestiame e, a 50 anni, dovette emigrare in America e lì festeggiare le nozze d’argento, Turi e Tatò che, pur essendo di famiglie diverse, condividevano il soprannome: lagnusu: lavoravano solo d’estate, solo con turiste e ristoranti, per il resto erano mantenuti dalle mogli entrambe sarte in casa, eppure, per il matrimonio dei figli, il vestito spuntò, e non glielo cucirono certo le donne di casa, Vicè emigrato in Germania che arrivava a coprire pure i 3 turni in fabbrica e tornava al paese solo per le ferie e per i matrimoni dei figli che erano tanti perché, da giovane, ogni volta che ritornava dalla moglie fabbricava un altro figlio, un paio di questi si sposarono in un’unica cerimonia cosi risparmiarono su prete, pranzi e vestiti.
Il falegname, lo stagnataro, gli operai degli oleifici andarono tutti vestiti di nuovo come le brocche dei biancospini, ma, al contrario di Valentino, loro le scarpe le avevano e pure belle costose, peccato che nella foto dei necrologi non si possano vedere.
Ma, alla fine cosa avranno mai in comune gli anziani del notiziario del mio paese con gli anziani (mica poi tanto) Fabrizio De Andrè e Francesco Guccini? La morte certo ma non solo. La maggior parte dei miei vecchi compaesani, forse la parte intera, non conosceva Fabrizio e Francesco, conoscevano ‘quelli della televisione’ e i due non erano certamente della televisione. Qualche anno fa, un’amica di mia mamma, per intendere Fabrizio De Andrè, aveva detto ‘il marito di Dori Ghezzi’ una della televisione appunto.
Quasi tutti gli anziani del mio paese deceduti negli ultimi 20 anni mi risultano ignoti. Le foto e i nomi che i congiunti affidano ai notiziari funebri sono quelli della festa mentre io li conoscevo nel tutti i giorni. Nomi accorciati, vezzeggiati, alterati, a volte ammericanati, francesizzati, teutonizzati, indossati da visi relativamente giovani, collocati nel loro posto di lavoro, contadini, artigiani o modesti impiegati che fossero. Ed io, via dal paese, non li ho visti più. Adesso non li riconosco più accompagnati dall’immancabile il Signore ha chiamato a sé, e da un nome mai sentito, un volto sorridente e perplesso e … un vestito da festa … completo da cerimonia e cravatta in tono. Riconosco solo il nome del mio paese, la chiesa dove ci sarà la funzione, e, a volte, la strada dove, dicono, avesse abitato, chi sarà mai questo signore? Poi domando informazioni, mi faccio tradurre il nome, scovo qualche sembianza al netto di rughe, capelli, cappelli o teste pelate, tolgo camice, cravatte, fiori in petto e … finalmente ecco la persona.
Poveri defunti miei tutti amore, bontà e belle azioni, tutti domiciliati presso il Signore! Chissà se lo immaginavano che, quel meraviglioso vestito da festa sarebbe stato pure il vestito da morte.
Ecco cosa accomuna i morti anziani del mio paese a Guccini, De Andrè, a Pasolini, a Umberto Eco, a Giorgio Gaberr, a Battiato, a Francesco Di Giacomo … eee… è che li vogliono vestire a festa, li vogliono puliti, incravattati, uguali, innocui. Conciati per le feste.
Tuttavia qualcosa non accomuna queste due categorie di persone, e non è l’origine, il lavoro, la cultura, il destino, il matrimonio, le scelte di vita. È che i miei compaesani sono stati mandati al Signore vestiti nel modo migliore per amore, per tenerezza, perché volevano si presentassero al meglio, in attesa dal risveglio.
Per quanto riguarda gli altri è il potere, è la società, è il periodo che stiamo vivendo che vuole renderli innocui, uguali, lindi e pettinati. Una Tecno Spoon River dalle tombe pulite, dignitose, allineate, agghiaccianti.

05 La domenica delle salme atto secondo
nel novantesimo anniversario dell’uccisione di Federico Garcia Lorca

Dettagli dell’esecuzione
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Data: All’alba del 18 o 19 agosto 1936 (la data esatta rimane oggetto di dibattito storico, ma la storiografia concorda sul 18 agosto).
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Luogo: Sulla strada tra i comuni di Víznar e Alfacar, nei pressi della fontana di Aynadamar (Granada), una zona usata dai franchisti per le esecuzioni di massa.
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Contesto e arresto: Nel luglio 1936, dopo lo scoppio del colpo di Stato militante, Lorca lasciò Madrid per rifugiarsi a Granada nella casa dell’amico e poeta falangista Luis Rosales, sperando che le sue connessioni lo proteggessero. Fu tuttavia arrestato il 16 agosto 1936 da esponenti della milizia di destra.
Il regime accusò il poeta di diversi fattori ideologici e personali:
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Idee politiche e sociali: Lorca era una figura di spicco della cultura progressista vicina alla Seconda Repubblica e sostenitore di cause sociali e democratiche.
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Orientamento sessuale: La sua omosessualità e la rottura dei canoni tradizionali morali dell’epoca lo resero un bersaglio d’odio da parte dei settori reazionari e conservatori.
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Accuse pretestuose: Documenti della polizia franchista resi noti in seguito evidenziarono che fu schedato come “massone, socialista” ed “implicato in pratiche:
L’immagine è stata generat dall’AI e non corrisponde ad alcuna foto reale.
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