… prigioniera in casa a 60 anni come a 12… dal palco dalla festa, mi arrivava l’eco delle canzoni… guardavo giù dal balcone … il pavé della strada mi diventava pentagramma, note musicali che si elevavano dallo spartito, caratteri di una scrittura arcaica, orientale, cuneiforme: cunei che si infilzavano sulla mia pelle e la laceravano. A 60 anni come a 12 …
01 … BLAZING PHOENIX: Post fata resurgo

Ho preso sempre le debite distanze dai miei idoli: avevo paura che la vicinanza potesse sgretolarli, sbriciolarli, sbiadirli, non loro, ma l’immagine che avevo di loro. Con Marianne no, di Marianne mi sono fidata, ho aspettato che terminasse il suo concerto, l’ho avvicinata, le ho comunicato tutta la mia stima e ammirazione per la voce, il talento, la scelta del repertorio. Gentilezza, raffinatezza, generosità, la sua risposta, solo questo avrei ricordato per gli anni a venire.
Anche la sua scomparsa avevo accettato considerando la mia età: se me li piango tutti, dicevo, la vita sarà una valle di lacrime più di quanto non lo sia di suo.
Ma guai rimuovere un dolore, anche quando sembra non affiorare, anche quando non si rivela come tale, e così, il giorno dopo la scomparsa di Marianne, sistemando alcune carte, mi trovo con questo tra le mani:
con sul retro…
Era il biglietto firmato con dedica, il solo autografo che avessi mai osato chiedere ad una star, e l’avevo completamente dimenticato.
Ora anche Marianne si perde tra le stelle: nella ‘burnìa’ dedicata alle persone che ho conosciuto, ho toccato, ho amato, mi sono state a fianco, passo passo, terra terra.


Ho amato la seconda Marianne, quella di Broken English, Strange Weather, Blazing Away, Pirate Jenny, la Marianne di Nick Cave, Beck, Angelo Badalamenti …. La Marianne della sua ‘second life’ … quella che, dicono, sia risorta dalle sue ceneri.
Una volta sola però, stavolta non risorgerà più, ci vuoi scommettere?
Marianne Evelyn Gabriel Faithfull (Londra, 29 dicembre 1946 – Londra, 30 gennaio 2025)

02 … Non ho l’età (passa la bellezza)

La tematica: la persona avanti in età che rimane affascinatǝ dalla bellezza giovanile e le tre diverse soluzioni.
1)LA MORTE A VENEZIA (titolo originale: Der Tod in Venedig dello scrittore tedesco Thomas Mann pubblicata nel 1912. Ci racconta dello scrittore Gustav von Aschenbach e del suo viaggio a Venezia alla ricerca di nuova ispirazione. Qui è colpito dalla bellezza di Tadzio, ragazzo di origine polacca.
L’ omonimo film del 1971 di Luchino Visconti tratto dal melodramma Morte a Venezia del 1973 del compositore Benjamin Britten.
La canzone di Roberto Vecchioni:
2)PA)LOMMA ‘E NOTTE” – Salvatore di Giacomo scrisse il testo nel 1904, Buongiovanni lo musicò solo due anni dopo
È, in origine, dedicata alla sua donna, Elisa Avignano: tra i due c’era un consistente divario d’età, il poeta aveva 45 anni mentre la donna ne aveva 26. Nonostante la bellezza della canzone, le strofe risentono, a mio parere, del comune modo di pensare del tempo: moralistico, scandalistico, paternalistico.
La forza espressiva di Palomma ‘e notte è tutta nell’immagine della farfalla che rischia di bruciarsi avvicinandosi troppo a una candela. Salvatore di Giacomo la descrive con una capacità lirica senza pari, ricavandone un monito per Carolina.
Testo:
Tiene mente ‘sta palomma,
comme gira, comm’avota,
comme torna n’ata vota
sta ceròggena a tentà.Palummè’ chist’è nu lume,
nun è rosa o giesummino.
E tu, a forza, ccà vicino
te vuó’ mettere a vulà.Vatténn’ ‘a lloco.
Vatténne, pazzarella.
Va’ palummella e torna,
e torna a st’aria
accussì fresca e bella.
‘O bbì’ ca i’ pure
mm’abbaglio chianu chiano,
e che mm’abbrucio ‘a mano
pe’ te ne vulé caccià?Carulì’, pe’ nu capriccio,
tu vuó’ fá scuntento a n’ato
e po’, quanno ll’hê lassato,
tu, addu n’ato vuó’ vulà.Troppi core staje strignenno
cu sti mmane piccerelle.
Ma fernisce ca sti scelle
pure tu te puó’ abbrucià.Vatténn’ ‘a lloco.
Vatténne, pazzarella.
Va’ palummella e torna,
e torna a st’aria
accussì fresca e bella.
‘O bbì’ ca i’ pure
mm’abbaglio chianu chiano,
e che mm’abbrucio ‘a mano
pe’ te ne vulé caccià?Torna, va’, palomma ‘e notte,
dint’a ll’ombra addó’ si’ nata,
torna a st’aria ‘mbarzamata
ca te sape cunzulà.Dint’ ‘o scuro e pe’ me sulo
‘sta cannela arde e se struje,
ma ch’ardesse a tutt’e duje,
nun ‘o ppòzzo suppurtà.Vatténn’ ‘a lloco.
Vatténne, pazzarella.
Va’ palummella e torna,
e torna a st’ariaaccussì fresca e bella.
‘O bbì’ ca i’ pure
mm’abbaglio chianu chiano,
e che mm’abbrucio ‘a mano
pe’ te ne vulé caccià?
…e, finalmente, la consapevolezza della ‘ragazza’ di Fossati:
che poi aggiunge: “Oggi nelle canzoni si parla solo di un amore da ragazzini. Niente corpi, rughe e sensualità. Eppure invecchiare è una conquista”
NON HO L’ETA’ PER AMARTI, ossia: come fare pace con una canzone
Tante sono le canzoni con cui ho fatto pace, con alcune no. Quelle mielose, retoriche, paternaliste, prescrittive… E più di tutte con: (talan-talan-tatan) -non ho l’età, non ho l’età per amarti. Non ho mai capito cosa ci trovassero, come abbia potuto vincere un Sanremo e, ancora di più, un Eurofestival, e … come la si canti ancora senza vergogna. Vani e ridicoli sono i tentativi della sua interprete (Gigliola Cinquetti) di attualizzarla, renderla ‘potabile’, volerne fare, addirittura, un inno Me Too.
La prima volta che l’ho sentita è stato a scuola, la cantavano le mie compagne su indicazione (istigazione?) della maestra (integralista cattolica); io non la cantavo perché non ne conoscevo le parole, la musica, l’esistenza. La mia casa era a lutto stretto, non si suonava il giradischi, non si sentiva la radio, la televisione manco c’era, e pure le case vicine sembravano non emettere voce.
Ma a scuola ogni tanto si cantava. Maestre melomani che esibivano i loro allievi in salmi patriottici: –oh Italia oh Italia del mio cuore, la fake dei fanti il 24 maggio-, Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma- ; e, per le feste le canzoni di Dio: l’ineludibile -tu scendi dalle stelle, –venite venite o pastori… , – il 13 maggio apparve Maria / a tre pastorelli in Cova d’Iria (ma cos’era sta ‘Cova d’Iria’? un mistero più mistero dell’apparizione)
Quel giorno del ‘64 però … la maestra ci scelse un canto laico, moderno, proveniente addirittura dal Festival di San Remo. Io non cantavo, non conoscevo quel brano, non conoscevo quelle parole che le mie compagne rimasticavano come chewing gum. Io ero alla mercé del più grande dolore della mia vita, una perdita irreversibile e ripugnante: la morte di zio Cosimo: giovane, bello, forte, generoso, lo zio che avevo tanto amato, che tanto amavo e perché non dovevo amarlo? C’è forse un’età per amare una persona così? Perché non dovevo amarlo io quando tutti, i miei genitori, i miei parenti, tutto il paese lo amava? E lo amavo perché era coraggioso, magnanimo, solare, virile, simpatico, patentato, emigrato all’estero, aperto al mondo; lo amavo perché non era come mio padre: tutto lavoro, oculatezza, parsimonia, socialità QB, ancora mulo e carretto. E io… perché non dovevo amare il suo contrario? Perché non dovevo amare un uomo tanto amabile? Certo, poi ho capito perché e ho capito di quale amore trattava la canzone; tuttavia quell’imprinting, quel malo ricordo mi rimase, ingigantito dalle retoriche note iniziali, dalla postura del corpo, dalla fama di brava ragazza dell’interprete: Gigliola Cinquetti.
03 …Non lo senti che tuona?
‘L’avevi creduto davvero Che avremmo parlato Esperanto?
L’avevi creduto davvero
O l’avevi sperato soltanto?’
Per belle che siano, è grave quando delle canzoni, scritte più di trent’anni fa, sono ancora attuali. È peggio quando sono state profetiche:
1992 – Francesco De Gregori – Rumore di niente
04 La domenica delle salme

L’immagine è stata generat dall’AI e non corrisponde ad alcuna foto reale.
Mastro Fofò in abito scuro, camicia bianca e cravatta chiara come non l’avevo mai visto. Anzi proprio come era vestito non avevo mai visto: sempre con le gambe sotto il banchetto, coperto da un grembiule color caffè, neanche le scarpe gli erano mai spuntate, neanche per verificare se è vero che gli scarpari sono i rimi ad avere le scarpe rotte.

Tutte le sere zio Peppino passava dalla mia strada che era pure la sua. A cavallo della sua asina, nella sua maglia terra e sudore, si sentiva un principe. Tornava dalla sua campagna, un piccolo podere acquistato coi soldi della Campagna d’Africa. Non so quanto razzista fosse e se mai avesse capito cosa era andato veramente a fare, certo è che i negri contro cui sparava l’avranno preso per un fuoco amico o un ascaro eritreo tanto scuro era il colore della sua pelle. Per il matrimonio del figlio lo infilarono in un gessato affumato e lo legarono ad una cravatta a pallini per non farlo sembrare diverso dagli altri consuoceri.
Tino con la sua terza media, aveva fatto carriera come messo comunale, Guardia Municipale per la gente. Portava a domicilio le cartelle delle tasse (fucatu) e si occupava di dirigere il poco traffico e il po’ di decoro delle vie principali del paese. La moglie faceva i salti mortali per rendere decoroso lui: non poteva farlo circolare con le toppe e la camicia malandata come i villani, era pur sempre un Pubblico Ufficiale, lui! Un grande sollievo fu quando il Comune gli fornì la divisa: era bellissima, nera col berretto fregiato che sembrava un carabiniere! Ma, i soldi risparmiati per i vestiti del decoro, furono spesi tutti per i vestiti del matrimonio della figlia. In verità lei era già incinta ma non si doveva sapere, si dovevano fare le cose come se nulla fosse accaduto, fiori in chiesa, abito bianco per la ragaza, abito scuro per Tino che l’avrebbe condotta all’altare. In entrambi non si intuiva un filo di pancia. Il decoro era salvo.
Nino era un commerciante di formaggi abile e scaltro. Aveva fidanzato la figlia con un nobile in decadenza di un paese vicino. Sarebbe stato un matrimonio alla pari: lui avrebbe portato il titolo e lei i soldi. La signora di Nino era tutta un brodo di giuggiole per l’imminente cambio di classe che, inevitabilmente, avrebbe coinvolto anche lei. Le spese del matrimonio se le accollò tutte Nino, pure quelle del pranzo degli invitati che per fortuna furono pochi: la famiglia nobile vietò di invitare amici e parenti che, nelle mani e nei modi grezzi, ricordassero origini contadine. Il divorzio arricò prestissimo e i parenti blasonati si opposero al proverbio vesti tizzuni ca pari baruni: l’ex consuocero, nonostante il vestito su misura, le scarpe lucide e la cravatta intonata, no! sotto sotto olezzava sempre di beccume.
Larenzo, con gli stivali affondati nell’acqua, nel giorni infiniti di luglio ed agosto, impiantava occhi (ovoli) di carciofi. La moglie gli mandava il pranzo a domicilio e lui lo consumava senza smettere di lavorare per non disperdere acqua, carburante, energia. Ma, il giorno che il figlio si sposò, Larenzo non lavorò di zappa e non mise gli stivali. In completo di lino verde si sentì talmente in imbarazzo che rimpianse i piedi infangati e il terriccio dei bulbi di carciofo.
Gino era un indoratore, cioè un pittore edile, cioè un imbianchino. Il colore da lui amato era il beige e di beige pittava le case dove lavorava. I clienti che preferivano un’altra tinta dovevano essere precisi, convinti e assertivi se no lui andava automaticamente in beige. Non so se per il matrimonio di sua figlia, che non aveva fatto studiare perché femmina, avesse indossato un completo beige, ma so che sua figlia, per non sapere leggere né scrivere, aveva indosso un abito di 12 milioni. Bianco.
Tutti in abito da cerimonia per il matrimonio dei figli tutti in un completo che, per loro di matrimonio, non avrebbero neanche potuto immaginare, Franz che da mastro forgiaio dovette diventare negozio di ferramenta e poi officina meccanica in tuta blu, Totò spazzino che fu inteso sempre come Totò spazzino anche quando divenne portalettere, Saro e Pasquale macellai padre e figlio che distribuirono i sacchetti bianchi ai clienti cercando di non macchiarli di rosso e carne macinata, Mastro Antonio, Tony a Los Angeles, che da mastro sellaio si trovò disoccupato per mancanza di bestiame e, a 50 anni, dovette emigrare in America e lì festeggiare le nozze d’argento, Turi e Tatò che, pur essendo di famiglie diverse, condividevano il soprannome: lagnusu: lavoravano solo d’estate, solo con turiste e ristoranti, per il resto erano mantenuti dalle mogli entrambe sarte in casa, eppure, per il matrimonio dei figli, il vestito spuntò, e non glielo cucirono certo le donne di casa, Vicè emigrato in Germania che arrivava a coprire pure i 3 turni in fabbrica e tornava al paese solo per le ferie e per i matrimoni dei figli che erano tanti perché, da giovane, ogni volta che ritornava dalla moglie fabbricava un altro figlio, un paio di questi si sposarono in un’unica cerimonia cosi risparmiarono su prete, pranzi e vestiti.
Il falegname, lo stagnataro, gli operai degli oleifici andarono tutti vestiti di nuovo come le brocche dei biancospini, ma, al contrario di Valentino, loro le scarpe le avevano e pure belle costose, peccato che nella foto dei necrologi non si possano vedere.
Ma, alla fine cosa avranno mai in comune gli anziani del notiziario del mio paese con gli anziani (mica poi tanto) Fabrizio De Andrè e Francesco Guccini? La morte certo ma non solo. La maggior parte dei miei vecchi compaesani, forse la parte intera, non conosceva Fabrizio e Francesco, conoscevano ‘quelli della televisione’ e i due non erano certamente della televisione. Qualche anno fa, un’amica di mia mamma, per intendere Fabrizio De Andrè, aveva detto ‘il marito di Dori Ghezzi’ una della televisione appunto.
Quasi tutti gli anziani del mio paese deceduti negli ultimi 20 anni mi risultano ignoti. Le foto e i nomi che i congiunti affidano ai notiziari funebri sono quelli della festa mentre io li conoscevo nel tutti i giorni. Nomi accorciati, vezzeggiati, alterati, a volte ammericanati, francesizzati, teutonizzati, indossati da visi relativamente giovani, collocati nel loro posto di lavoro, contadini, artigiani o modesti impiegati che fossero. Ed io, via dal paese, non li ho visti più. Adesso non li riconosco più accompagnati dall’immancabile il Signore ha chiamato a sé, e da un nome mai sentito, un volto sorridente e perplesso e … un vestito da festa … completo da cerimonia e cravatta in tono. Riconosco solo il nome del mio paese, la chiesa dove ci sarà la funzione, e, a volte, la strada dove, dicono, avesse abitato, chi sarà mai questo signore? Poi domando informazioni, mi faccio tradurre il nome, scovo qualche sembianza al netto di rughe, capelli, cappelli o teste pelate, tolgo camice, cravatte, fiori in petto e … finalmente ecco la persona.
Poveri defunti miei tutti amore, bontà e belle azioni, tutti domiciliati presso il Signore! Chissà se lo immaginavano che, quel meraviglioso vestito da festa sarebbe stato pure il vestito da morte.
Ecco cosa accomuna i morti anziani del mio paese a Guccini, De Andrè, a Pasolini, a Umberto Eco, a Giorgio Gaberr, a Battiato, a Francesco Di Giacomo … eee… è che li vogliono vestire a festa, li vogliono puliti, incravattati, uguali, innocui. Conciati per le feste.
Tuttavia qualcosa non accomuna queste due categorie di persone, e non è l’origine, il lavoro, la cultura, il destino, il matrimonio, le scelte di vita. È che i miei compaesani sono stati mandati al Signore vestiti nel modo migliore per amore, per tenerezza, perché volevano si presentassero al meglio, in attesa dal risveglio.
Per quanto riguarda gli altri è il potere, è la società, è il periodo che stiamo vivendo che vuole renderli innocui, uguali, lindi e pettinati. Una Tecno Spoon River dalle tombe pulite, dignitose, allineate, agghiaccianti.

05 La domenica delle salme atto secondo
nel novantesimo anniversario dell’uccisione di Federico Garcia Lorca

Dettagli dell’esecuzione
Data: All’alba del 18 o 19 agosto 1936 (la data esatta rimane oggetto di dibattito storico, ma la storiografia concorda sul 18 agosto).
Luogo: Sulla strada tra i comuni di Víznar e Alfacar, nei pressi della fontana di Aynadamar (Granada), una zona usata dai franchisti per le esecuzioni di massa.
Contesto e arresto: Nel luglio 1936, dopo lo scoppio del colpo di Stato militante, Lorca lasciò Madrid per rifugiarsi a Granada nella casa dell’amico e poeta falangista Luis Rosales, sperando che le sue connessioni lo proteggessero. Fu tuttavia arrestato il 16 agosto 1936 da esponenti della milizia di destra.
Motivazioni dell’uccisione
Il regime accusò il poeta di diversi fattori ideologici e personali:
Idee politiche e sociali: Lorca era una figura di spicco della cultura progressista vicina alla Seconda Repubblica e sostenitore di cause sociali e democratiche.
Orientamento sessuale: La sua omosessualità e la rottura dei canoni tradizionali morali dell’epoca lo resero un bersaglio d’odio da parte dei settori reazionari e conservatori.
Accuse pretestuose: Documenti della polizia franchista resi noti in seguito evidenziarono che fu schedato come “massone, socialista” ed “implicato in pratiche:
L’immagine è stata generat dall’AI e non corrisponde ad alcuna foto reale.
A 90 anni dall’assassinio per mano dei miliziani franchisti, Federico García Lorca torna a essere protagonista del dibattito culturale spagnolo. Opere di teatro, film, ma anche la riscoperta di poesie inedite. Lorca è tornato, come quando era in vita, per scandalizzare. Il film La bola negra, premiato a Cannes, ha trasformato la figura di Lorca in un fenomeno globale.
“90 anni fa Federico García Lorca è stato assassinato perché era gay”, spiega il regista Javier Ambrossi. È un Lorca queer quello che esce dalla rilettura contemporanea, non più un poeta da leggere sui libri di scuola, ma un attivista implicato con la società, con la giustizia e con l’uguaglianza. Ma Lorca è anche uno dei 100.000 desaparecidos della guerra civile che dal 1936 sono abbandonati nelle fosse comuni che la Spagna non ha ancora aperto.
Per decenni si è scavato alla ricerca del suo corpo senza mai trovarlo e ora molti storici pensano che, forse, la famiglia di Lorca sia riuscita a riottenere il corpo, ma che non abbia mai detto niente per la vergogna verso le decine di migliaia di spagnoli che ancora rimangono interrati nelle fosse comuni. Granada, la città che lo ha visto nascere e morire, ha deciso di ricordarlo con uno spettacolo aperto di 4 giorni per dar vita a unatto collettivo di lutto, memoria e speranza.
Parla con lei
Raddio Popolare Milano
Lorca, 90 anni dopo la fucilazione: amore, Andalusia, eternità
19 agosto 2026|Valeria Schröter
Novant’anni fa, il 19 agosto 1936, Federico García Lorca veniva fucilato in Andalusia, nel pieno della guerra civile spagnola. Da allora la sua figura è diventata un mito, capace forse di oscurare la grandezza della sua opera. Ne parliamo con José Jurado, professore di filologia e letteratura spagnola all’Università di Cadice, intervistato da Valeria Schröter: un percorso tra i temi che hanno reso Lorca universale, dall’amore e il suo lato oscuro alla solidarietà verso gli oppressi, dall’ossessione per la morte al legame viscerale con l’Andalusia.
Federico García Lorca è conosciutissimo in Spagna, e anche in molte parti del mondo, come il grande scrittore spagnolo, subito dopo Cervantes. Fa parte di un gruppo di artisti, intellettuali, giornalisti, musicisti che, agli inizi del Novecento, portano la cultura spagnola verso una vera e propria età dell’oro. Tanto che quel periodo viene chiamato “Edad de la plata” della cultura spagnola.
In quegli anni si forma un gruppo di scrittori giovani, quella che viene chiamata la Generazione del ’27, perché il 1927 è un anno simbolico nel loro percorso. E in quel gruppo, dove ci sono nomi molto conosciuti e molto validi, quello che spicca di più, il più famoso, è proprio Federico García Lorca. Quindi, riassumendo: Lorca è l’icona di una generazione di scrittori che è essa stessa icona di un momento storico e culturale fondamentale per la Spagna.E spicca anche perché, a differenza di altri scrittori che si sono dedicati a un solo genere, o che sono stati bravissimi in un solo genere, Lorca si è distinto sia in poesia sia nel teatro. È diventato un punto di riferimento della letteratura spagnola contemporanea in entrambi i campi.
E se dovessi consigliare qualche opera a chi ci ascolta, magari a chi non conosce ancora Lorca e non ha mai letto nulla di suo, quali sceglieresti?
La produzione di Lorca è relativamente breve, perché fu ucciso quando era ancora molto giovane. Quindi quando parliamo di lui parliamo di un percorso breve, molto compatto. Un’evoluzione c’è stata, ma è limitata, se paragonata a scrittori che vivono ottant’anni o novant’anni.
Il cuore della sua opera resta la poesia e il teatro. In poesia ebbe una prima fase, chiamata neopopolarista, perché nasce dal dialogo con la tradizione popolare, dove si collocano due opere molto note: “Poemas del Cante Jondo” e il “Romancero Gitano”. Ecco, consiglierei di partire dal “Romancero Gitano”.
È un libro che ha una certa modernità, ma che attinge alla tradizione, e che dialoga con il mondo dei gitani e con l’Andalusia. C’è un tema centrale, che a Lorca interessava moltissimo: la pena, la sofferenza, il dolore dei gitani, della gente, del popolo.
A un certo punto Lorca parte per New York e lì si lascia attraversare dallo spirito delle avanguardie europee, dalla modernità della città. E scrive un libro rivoluzionario, “Poeta a New York”, il secondo che consiglio. Lì cambia tutto. Sperimenta con le parole, con i versi, con le strofe, per denunciare la disumanizzazione della vita moderna, la crudeltà di certe città, di certe megalopoli come New York, per denunciare il lato oscuro dell’essere umano.
Nel teatro – che Lorca aveva iniziato a scrivere già da giovanissimo – spiccano soprattutto i drammi rurali, verso la fine del suo percorso. Negli anni Trenta scrive tre grandi opere, molto rappresentate all’epoca e anche dopo, che parlano dell’irealizzazione dell’essere umano, dell’infelicità, della frustrazione. Per prima “Bodas de sangre”, Nozze di sangue, che racconta la tragedia di un triangolo amoroso che finisce in violenza e morte, e parla quindi della difficoltà di raggiungere la pienezza iamore.La seconda si intitola “Yerma”, e disegna il dramma di una donna che non può avere figli, una donna sterile che desidera la maternità perché è quella a dare senso alla sua vita. Senza figli si sente svuotata e inutile, per colpa della società, della tradizione, e persino di se stessa.
E infine, una delle sue opere teatrali più famose: La casa di Bernarda Alba, dove cerca di raccontare il tema tradizionale del lutto. Bisogna fare silenzio, bisogna chiudersi nella solitudine e nell’interiorità quando qualcuno muore. È un’opera che parla dell’autorità di una donna anziana sui figli, dopo la morte del marito. Ecco, queste sono le opere principali per iniziare ad avvicinarsi a Lorca.

E ci sono dei temi che tornano nella sua scrittura, delle immagini ricorrenti?
Sì, Lorca, come i grandi artisti, ha delle vere e proprie ossessioni. Sono questioni che tornano nella prosa, nel teatro, nella poesia, dall’inizio alla fine della sua vita. E sono temi molto universali, ecco perché lo si può leggere quasi ovunque nel mondo.
Un tema fondamentale è l’amore, e il sesso. Lorca ha una concezione panteista dell’amore: ama tutto, le creature, le cose, la natura, l’arte. E questo dà all’amore, nella sua opera, una dimensione cosmica, quasi trascendente. Gli interessa moltissimo la passione amorosa.
Ma quell’amore che di solito associamo alla pienezza, alla soddisfazione, in lui è raccontato anche da un lato oscuro, negativo. Ha scritto dei poemi che ha intitolato “Sonetti dell’amore oscuro”, perché l’amore per lui è legato anche all’insoddisfazione, alla mancata realizzazione, quando l’altra persona non ti corrisponde, o, come nel suo caso, quando la società non accetta l’omosessualità, negli anni Venti e Trenta del Novecento. Quindi l’amore, con tutte le sue pienezze e tutte le sue frustrazioni, è centrale.
E in parallelo c’è il tema del sesso, della carnalità, dell’impulso dionisiaco a cui l’essere umano non può resistere. E anche qui c’è di tutto, ma soprattutto insofferenza, perché lui, da omosessuale, non poteva manifestarsi apertamente.
Poi c’è un altro grande tema, legato alla sua solidarietà, alla preoccupazione sociale. In tutta la sua opera mostra solidarietà verso gli oppressi, i deboli, gli emarginati. Da qui l’interesse per il mondo gitano in Spagna, o per il mondo degli afroamericani negli Stati Uniti.
E il terzo tema, l’ultimo, è la morte. Lorca aveva piena coscienza della finitezza dell’esistenza. Come ogni essere umano, sapeva che la vita è limitata, che prima o poi si muore. E lui, che ha un senso fatalista della vita, che ha letto molto i greci, che ha un senso tragico dell’esistenza, nella sua opera riflette sempre sul passare del tempo, sulla fine dell’esistenza, sulla morte. Questi sono i tre grandi temi: l’amore e il sesso, i temi sociali, e infine la morte.E qual è il suo rapporto con l’Andalusia?
Lorca ha un rapporto molto intenso con l’Andalusia. E come succede a molti che amano la propria terra, è un rapporto fatto d’amore e anche di… forse non parlerei di odio, ma di riflessione critica. Da una parte, in Andalusia trova tutto ciò che lo rende felice, ma dall’altra ci sono anche cose che non gli piacciono affatto.
Per esempio, certe tradizioni legate a una morale antiquata. Non gli piace il comportamento di certe classi sociali, il “signorotto” andaluso, la borghesia… Insomma, l’Andalusia per lui è tutto, alfa e omega. Per questo, in tutta la sua opera, riflette sull’Andalusia, al punto che il “Romancero Gitano” è, in un certo senso, il libro della pena, il libro dell’Andalusia.
Gli interessano molto i miti che ha ascoltato in casa da bambino, le donne che vivevano con la sua famiglia, la gente dei quartieri, i contadini che gli raccontavano leggende andaluse. Poi, per scrivere le opere teatrali, si informa su fatti di cronaca accaduti nei paesi dell’Andalusia, drammi realmente avvenuti, e li porta in scena.
Quando arriva a Madrid, e poi a New York, comincia a guardare l’Andalusia con più distanza, e si accorge che quella mitizzazione che lui stesso ha costruito a volte diventa un semplice luogo comune. Da qui nasce anche una critica verso alcuni aspetti che vede in Andalusia: la povertà, l’analfabetismo, la scarsa attenzione alla cultura, il classismo. Insomma, l’Andalusia è un elemento centrale, di riferimento, in tutta la sua opera.E secondo te, qual è la sua eredità letteraria? È ancora un autore attuale? E se sì, perché?
C’è una cosa che mi colpisce sempre. Per molti anni ho insegnato a studenti stranieri, e ho sempre chiesto loro cosa conoscessero della letteratura spagnola. Rispondono sempre “Don Chisciotte”. E a volte chiedo: “e chi ha scritto Don Chisciotte?” E non lo sanno, non si ricordano il nome di Cervantes. “E cos’altro conoscete della letteratura spagnola?” “Lorca.” “E cosa ha scritto Lorca?” “Boh, non lo so.”
Con questo voglio dire che Don Chisciotte, come opera, ha in un certo senso “mangiato” il suo autore, Cervantes. Nel caso di Lorca è successo il contrario: è la figura di Lorca ad aver “mangiato” la sua opera. Quindi cosa ci è rimasto di Lorca? Io credo che ci sia rimasta soprattutto la sua personalità magnetica.
I suoi contemporanei lo ricordano come un uomo dal grande carisma, divertente, una persona che cantava, che suonava il piano, che recitava, e che si portava dietro tutti quanti. Ci è rimasta una grande personalità, un carattere umano che piaceva a moltissime persone. Una personalità spezzata dall’assassinio durante la guerra civile. E questo ha fatto sì che la sua morte lo abbia reso ancora più mitico. Nel caso di Lorca, la sua eredità è amplificata dalle circostanze crudeli dell’assassinio, della fucilazione nel 1936.
Ma al di là della personalità e della morte, Lorca oggi è più vivo che mai. Lo si vede dal fatto che le sue poesie continuano a essere cantate anche da cantanti giovanissimi, in Spagna. Continuano a essere prodotte serie televisive con Lorca come personaggio, film sulla sua vita e sulla sua opera.
Dal punto di vista artistico e letterario, una delle caratteristiche fondamentali della sua opera è l’universalità. Lorca parte sempre da elementi che prende dal folklore, dalla tradizione popolare. Sono quindi elementi che arrivano dal passato e che continueranno a esistere nel futuro. È universale nel tempo, ma è universale anche in alcuni dei temi che tratta, l’amore, la morte. E questo lo rende valido per qualsiasi momento della storia dell’umanità, ma anche per qualsiasi luogo del mondo: Africa, America, Spagna, Italia, Milano o Cadice o Granada. Infine, la sua attualità sta anche nell’uso di un simbolismo molto personale, ma allo stesso tempo universale, che chiunque può capire.Hai detto che Lorca è diventato anche un simbolo politico. Secondo te, questo ha aiutato a comprendere meglio la sua opera, o c’è il rischio che venga semplificata, ridotta solo a quel simbolo?
Nel corso del Novecento, in tutto il mondo, ma soprattutto nell’Europa occidentale, le ideologie hanno pesato così tanto che a volte hanno finito per oscurare il valore degli artisti. Nel caso di Lorca, in realtà, non ci fu mai una militanza politica o ideologica come quella di altri artisti.
Penso, in Italia, a Pasolini, oppure, tra Spagna e Francia, a Picasso, o in Spagna a Rafael Alberti, che furono molto vicini al comunismo. Con Lorca non fu così. Era un progressista, un uomo di sinistra, che firmò documenti antifascisti, e questo bastò a trasformarlo in un’icona della Repubblica.
Ma, come tutti gli artisti spagnoli, dopo la guerra civile fu molto strumentalizzato. E in effetti fu una figura scomoda per il regime dittatoriale di Franco, tanto che lo stesso Franco se ne interessò personalmente. I ministri, gli uomini della cultura franchista, capirono presto di aver commesso un errore enorme, anche a livello internazionale, uccidendo Lorca.
Si erano inimicati moltissime persone nel mondo. Fino al ’75, Lorca fu difficilmente accettato in Spagna. Veniva rappresentato clandestinamente, furono pubblicate alcune opere complete, ma al regime franchista non piaceva affatto.
A partire dal 1975 fu rivalutato, prima di tutto dagli ambienti più progressisti e di sinistra. Ma oggi, indipendentemente dall’ideologia l’opera di Lorca è ormai molto al di sopra del suo impegno politico o dello sfruttamento politico della sua figura. Oggi tutti apprezzano molto di più l’arte che non le implicazioni sociali, politiche o ideologiche legate alla sua opera.Se dovessi scegliere un verso o una frase di Lorca, quale sarebbe?
Ci sono molte opere simboliche, molto conosciute, di Lorca, anche perché sono state moltissimo rappresentate, recitate, cantate. Fa parte della memoria collettiva spagnola. I bambini le leggono a scuola, gli adulti le ascoltano nel flamenco, nel jazz, in mille versioni musicali diverse. Quindi ci sono davvero tante opere conosciute.
Io voglio citare dei versi di una poesia che si intitola “Gacela della morte oscura”. È una delle poesie di ispirazione arabo-andalusa che Lorca pubblicò nel “Diván del Tamarit”, un libretto degli ultimi anni Trenta, molto vicino alla sua morte, pubblicato nel 1940, in cui scrive proprio di questi due grandi temi: l’amore e la morte. E in “Gacela della morte oscura”, a metà componimento, ci sono dei versi che sembrano quasi una premonizione della sua morte.
Una delle cose che gli interessa molto è il destino, il fato, e sembra proprio che qui lo stia anticipando.
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Marisa Sannia è stata una cantante e attrice italiana.
Dettagli principali:
Nascita e Morte: Nata ad Iglesias il 15 febbraio 1947, è scomparsa il 14 aprile 2008 all’età di 61 anni a Cagliari.
Carriera musicale: Icona della musica di fine anni Sessanta, è diventata celebre nel 1968 partecipando al Festival di Sanremo con il brano “Casa bianca” in coppia con Ornella Vanoni.
Attività successive: Nel corso della sua carriera si è dedicata anche alla canzone d’autore e alla musica in lingua sarda con pubblicazioni come “Nanas e Janas”. Tra i suoi ultimi lavori figura anche l’album “Rosa de papel”, dedicato a Federico García Lorca.
Altre attività: Ha lavorato come attrice ed è stata autrice vincitrice del Festival della canzone d’autore per bambini.
(…) La Paloma de Iglesias giocatrice di basket nel Cagliari e nella Nazionale. Esordiente e poi cantante nella musica leggera, comparsa e protagonista nei musicarelli in voga, nel cinema e nel teatro. Autrice e interprete di canzoni per bambini, di canzoni in lingua sarda. Ospite di rassegne internazionali e della Notte dei Poeti.
Un Sanremo 68 in bianco e nero, un caschetto di capelli bianchi su contorno nero, un miniabito a fiori bianchi e neri, un microfono dritto su un’asta, due gambe più dritte dell’asta del microfono, un ramo di fiori neri, una canzone: Casa bianca. E’ tutto quel che rimane di lei nell’immaginario popolare. La sua Rosa di Carta, il suo fiore più raro, è fiorito postumo. Uno di quei petali è stato inserito tra le musiche di questa raccolta (…) .
Dal mio libro Zero Tagliato







